L’interruzione delle forniture di gas russo alla regione separatista della Transnistria in Moldavia ha costretto alla chiusura di tutte le aziende industriali, ad eccezione dei produttori alimentari.
La Transnistria ha vissuto una separazione dalla Moldavia negli anni Novanta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ma risente di tensioni ai propri confini che ne hanno ritardato lo sviluppo economico. La sua posizione ufficiale è quella di unità territoriale autonoma, quindi di una regione dipendente dalla Moldavia, protettorato mai del tutto digerito dalla popolazione.
Per questo oggi gli osservatori internazionali temono che il duro colpo causato dall’interruzione di mercoledì scorso delle forniture di gas russo all’Europa centrale e orientale possa aprire un altro fronte favorevole al Cremlino.
“Tutte le imprese industriali sono inattive, ad eccezione di quelle impegnate nella produzione alimentare, ovvero quelle che garantiscono direttamente la sicurezza alimentare della Transnistria”, ha detto a un canale di informazione locale Sergei Obolonik, primo vice primo ministro della regione.
“È troppo presto per giudicare come si svilupperà la situazione… Il problema è così esteso che se non verrà risolto per molto tempo, avremo già dei cambiamenti irreversibili, ovvero le imprese perderanno la capacità di ripartire”.
L’Ucraina aveva permesso alla Russia di continuare a pompare gas sul suo territorio nonostante quasi tre anni di guerra, e guadagnava fino a 1 miliardo di dollari all’anno in tasse di transito. Ma Kiev si è rifiutata di rinnovare un accordo quinquennale scaduto mercoledì. Gli acquirenti europei di gas come Slovacchia e Austria si erano preparati al taglio assicurandosi delle forniture alternative. Ma la Transnistria, nonostante i suoi legami con Mosca e la presenza di 1.500 soldati russi, è stata paralizzata.
Il leader filorusso della Transnistria, Vadim Krasnoselsky, ha affermato che la regione possiede riserve di gas che potrebbero durare per 10 giorni di utilizzo limitato nelle zone settentrionali e il doppio nel sud. Ora la Transnistria chiede dunque aiuto e protezione alla Russia, riaccendendo i timori per ulteriori spinte separatiste, il che intaccherebbe la già precaria situazione della Moldavia che sta seguendo il faticoso iter di ingresso in Europa. Sul proprio territorio la Transnistria ospita 1500 soldati russi, ma nonostante i forti legami con Mosca, le autorità regionali non si sono premurate di scegliere forniture energetiche alternative. Come invece hanno fatto e stanno facendo altri paesi europei, ex grandi “clienti” del metano russo, come Slovacchia e Austria.
La piena paralisi energetica nella quale si trova l’area da mercoledì sta comportando la totale assenza di acqua calda nelle abitazioni e soluzioni spartane come riscaldarsi riunendosi in un’unica stanza e coprendo le finestre con tende o coperte.
In teoria la Russia avrebbe potuto continuare a fornire il proprio gas alla Transnistria e quindi al resto della Moldavia utilizzando un altro gasdotto, il TurkStream. La Russia però ha deciso di non farlo, motivando la decisione con un presunto debito mai pagato da parte della Moldavia. Il governo moldavo considera la decisione della Russia l’ennesimo tentativo di destabilizzare il paese, per fomentare l’opinione pubblica moldava contro il governo in carica, filoeuropeo, e condizionare le elezioni parlamentari in programma per il 2025.





