Non è la prima volta che un’opera d’arte viene sfregiata. Che sia per delirio (come la Pietà di Michelangelo), per sensibilizzazione (come i Girasoli di Van Gogh), colpire le opere d’arte è sempre un gesto forte, che tante volte non viene compreso. Nella giornata di ieri è stata attaccata la Venere Rokeby, dipinto di Diego Velàsquez, da un gruppo di attivisti del movimento Just Stop Oil. Ma non sono stati i primi ad attaccare proprio quest’opera d’arte: già 100 anni fa fu Mary Richardson a letteralmente accoltellare l’opera. Il motivo? L’arresto di Emmeline Pankhurst. Ma vediamo meglio cosa è successo quel 10 marzo 1914.
La Venere Rokeby e Mary Richardson

Un giorno che sembrava come un altro, quel 10 marzo 1914. Una trafelata Mary Richardson fa il suo ingresso alla National Gallery di Londra e, in poco tempo, estrae una mannaia e comincia ad accoltellare -letteralmente- il dipinto. La reazione è quella di sgomento sebbene, all’epoca, l’opera valesse poco più di 45mila sterline. Eppure lo sgomento fu talmente tanto da far sobbalzare i visitatori alla vista dell’orrore che si prospettava. E Slaher Mary, come venne definita dalla stampa, aveva delle precise motivazioni per aggredire il dipinto in questo modo.
La sua fu una forma di protesta nei confronti dell’arresto di Emmeline Pankhurst, attivista e capo del movimento che permise alle donne inglesi di ottenere finalmente il diritto di voto. Pankhurst era la pioniera delle suffragette, definita dal Times nel 1999 una delle “persone più importanti del XX secolo” affermando che ella “ha modellato un’idea di donna per il nostro tempo, ha scosso la società in un nuovo modello da cui non ci sarebbe stata più possibilità di tornare indietro” (M. Warner, 14 giugno 1999). A lei si deve una delle battaglie più importanti per le donne dell’età moderna, in quanto fondatrice del Women’s Social and Political Union. Che, sfortunatamente, venne arrestata la sera del 9 marzo 1914, presso la St. Andrew Hall di Glasgow.
L’aggressione e il restauro: le motivazioni
La furia di Mary venne spiegata da lei stessa. «Ho tentato di distruggere l’immagine di una delle donne più belle della storia mitologica in segno di protesta contro il Governo per aver distrutto la signora Pankhurst, il personaggio più affascinante della storia moderna», aveva affermato. La Venere Rokeby è un dipinto sensuale. Sicuramente tra i più belli, ma anche tra i più sottovalutati, soprattutto per l’epoca. L’evocativa immagine di Cupido che le porge uno specchio, la posa volutamente di schiena, ma nuda, permettono al visitatore di percepire un contatto, quasi come se la protagonista volesse toccare chi la guarda. E lo sguardo di traverso, che quasi ignora ma vede l’occhio di chi guarda, per la Richardson era un vero e proprio affronto.
La suffragetta venne condannata a sei mesi di prigionia, ai sensi delle leggi allora vigenti circa il deturpamento delle opere d’arte. Richardson non gradiva «il modo in cui gli uomini guardavano l’opera a bocca spalancata tutto il giorno», portando dunque un’ulteriore motivazione del suo gesto. Il restauro, a cura di Helmut Ruhemann, è stato un processo lungo e complesso. Che ha richiesto un lungo processo di guarigione, considerate le numerose coltellate inflitte con un vero e proprio coltello da macellaio.
Perché aggredire le opere d’arte come forma di protesta?
Ma perché i personaggi, storici e non, se la prendono con le opere d’arte? Le motivazioni possono essere parecchie. In primis, l’attenzione mediatica che riceve l’aggressione a un’opera. In quanto pezzi di storia, ed espressione del tempo, nell’immaginario comune devono essere tutelate a tutti i costi. Sono (sia in forma astratta che fisica) oggetti fragili e preziosi. Ma soprattutto, inermi: un dipinto non può difendersi. La sua unica colpa è quella di trovarsi, in questi casi, in balìa dei visitatori.
Ma queste aggressioni non sono fini a se stesse: nel caso ultimo di Just Stop Oil, è un modo per attirare l’attenzione. Incatenarsi davanti al cancello di una fabbrica, o di una multinazionale, non da lo stesso effetto. Nello stesso modo in cui, probabilmente, Slasher Mary non avrebbe ottenuto niente presentandosi al Commissariato di polizia. Da storici dell’arte, dobbiamo condannare questi gesti, poiché ne va della salute e tutela dell’opera. Da attivisti cittadini, è nostro compito indignarci per la rovina di un’opera d’arte esattamente quanto per la devastazione che il nostro pianeta sta subendo: a breve non potremo più contemplare l’arte ma, soprattutto, produrne di nuova.
Marianna Soru
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