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La vera Benedetta Barzini, quella de “La scomparsa di mia madre”

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La scomparsa di mia madre. Si chiama così il documentario su e con Benedetta Barzini, donna ascrivibile alla categoria di modella, giornalista, scrittrice, docente universitaria, femminista, madre del regista Beniamino Barrese: scegliete pure l’ordine che preferite, purché sappiate che non servirà a definirla davvero. In un’ora e 39 minuti di film mi sono resa conto di quante cose sia in realtà Barzini, che per spiegarle tutte non basta descriverla, e che per comprenderlo serve guardarsi il documentario. La scomparsa di mia madre è l’elaborazione di un concetto indagando sul suo esatto contrario. Adriano D’Aloia scrive: “È una riflessione sulla moda attraverso l’Antimoda, sul senso della presenza attraverso l’assenza, sulla necessità del legame attraverso l’ineluttabilità della separazione”. La scomparsa di mia madre è una lezione di vita recitata come una poesia. Perché, attraverso quell’obiettivo tanto caro a Ben – che sta per Beniamino – una donna come Benedetta la ammiri, anche se non necessariamente la comprendi. E lui, Barrese, che fin da bambino ha ripreso la madre senza conoscerne realmente il motivo, ha permesso che venisse fuori la più autentica delle Barzini, con e contro la sua volontà: quella mai fotografata o raccontata, e che il figlio ha mostrato “per demitizzare mia mamma e conoscerla fuori dal mito, facendo mia la materia della sua storia”. Ma anche un po’ nostra.

La scomparsa di mia madre, e la vita invisibile di Benedetta Barzini

La verità di Benedetta, in veste di madre, prima che di modella, la cogli sin da subito, grazie a quelle inquadrature inziali che ne svelano immediatamente la sua essenza: prima si vede il neo sulla guancia, poi le rughe che come solchi disegnano il suo volto, incorniciandole gli occhi. E ancora, i denti grandi e i capelli raccolti a nido. Ogni cosa di lei rivela che è prima di tutto una persona, incastrata in una società che ha esaltato tanto la sua immagine, da indurla a desiderare di scomparire per sempre. Che è poi l’immaginario nascosto dietro a ciò che appare, la sostanza nascosta dietro alla forma.

Per identificarla sarebbe facile dire che Benedetta Barzini è la prima donna italiana apparsa sulla copertina di Vogue America, dopo essere stata scoperta, per le strade di una Roma del 1963, dall’italoamericana Consuelo O’Connell Crespi, all’epoca redattrice di moda. Il riscontro fu talmente immediato che a vent’anni Benedetta cominciò il suo esordio come modella, diventando ben presto musa di artisti che portano il nome di Andy Warhol e Salvador Dalì, Richard Avedon e Bert Stern. Per cinque anni visse a New York, poi tornò in Italia e, intorno agli anni ’70, diventò molto più che una modella: femminista militante, scrittrice, giornalista, docente presso l’Università di Urbino e al NABA (Nuova Accademia di Belle Arti di Milano). Benedetta Barzini è stata, ed è – come dice una voce nel film – colei che “con la sua bellezza e la sua personalità, ha scardinato lo stereotipo della donna da copertina priva di intelletto”. Quando pensi che possa bastare arriva però il documentario del figlio a farti capire che no, non è mai abbastanza.

Ne La scomparsa di mia madre, Benedetta è una donna arrivata a quella fase di vita in cui non ha più l’obbligo di rispondere a delle esigenze, ma il diritto di dire “no”, all’ambiguità quanto a sé stessa. È quella madre che insegna al figlio l’accettazione dell’abbandono, attraverso un “lavoro di separazione”, che se per definizione è inconcepibile, Benedetta considera necessario. È quella docente che spiega alle sue alunne il valore della donna in un ambito come la moda in cui la donna viene invece ricondotta, e ridotta, costantemente a natura, per essere contrapposta all’uomo, che è la ragione, il pensiero. È quella figlia che a 15 anni si rifiuta di mangiare la torta come atto di ribellione contro una madre “incapace di provare emozioni”, perché pervasa dalla ricchezza, e un padre mai stato presente. È quell’attivista che si batte contro una cultura patriarcale che vuole la donna unicamente come madre, anteponendo all’iconografia della Madonna con bambino – simbolo di amore e tenerezza – l’Annunciata di Palermo di Antonello da Messina, la Vergine leggente di epoca rinascimentale raffigurata con un libro in mano, nell’atto di imparare. Eppure Benedetta è madre. Una di quelle che acconsente alla volontà del figlio di riprenderla, perché dire di no significherebbe ferire lui, e allora preferisce ferire sé stessa (“ecco”). Benedetta è la donna intelligente che del suo essere top model – pronunciato con il suo stesso ironico disprezzo -, e quindi della bellezza, non ne fa un merito.

C’è una scena nel film-documentario in cui, nel bel mezzo di una tipica rimpatriata familiare, Benedetta si assenta, con l’espressività di chi è già oltre, forse in quell’isola che desidera raggiungere “cominciando con l’andare lontano” – come spiega al figlio – “senza carta di credito, senza telefono, senza computer, senza conto in banca, senza niente”. La scomparsa di mia madre è per questo un racconto che finge di riguardare Benedetta Barzini per parlare a chiunque stia osservando. È un’autoterapia in cui alla fine non ti senti giusto o sbagliato. Ti fai solo tante domande. E questo è giusto. È la consapevolezza di quanta attendibilità affidiamo ad un’immagine, dimenticandoci che è solo una superficie. È lo specchio di un mondo, quello tra genitore e figlio, che siamo abituati a leggere e raccontare sempre al contrario, e in cui tu – figlio – attraverso il film, realizzi di essere un grande egoista. La scomparsa di mia madre è il tramonto non fotografabile di una società, in cui però “non riesci a fare altro che quella stupida foto del sole che tramonta”.

Mentre apprendi tutto questo, nello schermo vedi una donna che, reagendo alle semplici e mai banali domande del figlio, non dà mai la risposta che ti aspetti tu, spettatore. Ma quella che, con molta probabilità, si aspetta il regista, figlio. Benedetta gli spiega che non ha bisogno di fare la lavatrice ogni giorno, e neanche la doccia; gli racconta di quando faceva i capelli “dritti con il ferro” (la battaglia inutile), e della sua paura per il lusso. Gli confessa che considera l’obiettivo un nemico, e che non vede l’ora di finire col Buio, per “ritrovare il mio Ben e non il suo immaginifico”.

Attraverso quello schermo da cui la guardi, che poi è quello della telecamera del figlio, Barzini è la donna di grande carattere che – dice – non ha niente di elegante, ma che allo stesso tempo ha fatto propria la cultura femminista, in termini di attività giornalistica quanto di rapporto con il mondo. E questo mi sembra elegante. E’ quella che si trasformava a seconda dei look, pur sapendo che “le persone alla fine scompaiono dentro agli stereotipi di bellezza”; quella che conserva sacchetti perché “è peccato buttare le cose in buone condizioni” e perché “quando me ne andrò saranno utili per mettere via tutte le mie cose”. E che considera l’immagine una bugia, qualcosa che pietrifica“.

Nel frattempo Beniamino Barrese, da regista, ti dà qualche dritta su com’è essere figlio di Benedetta Barzini, e su come essere figlio di un qualsiasi genitore. Un figlio coraggioso, a tratti indisponente, da chiedere alla madre: “Che cos’è che ti dà così fastidio dell’immagine, della fotografia, delle riprese?”, mentre ha una telecamera puntata su di lei. Un figlio che ti insegna come essere grato anche quando tua madre ti chiama, con un tono quasi sprezzante, “borghese”, o ti domanda retoricamente “perché non capisci?”; quello che le chiede, con l’ingenuità di un bambino, di farsi una foto insieme, davanti allo specchio, solo per mettere a fuoco lei, il suo volto; e che le risponde “perché mi piaci” alla domanda “perché mi riprendi”. Beniamino è un figlio che prova a dare voce ad una giovane Benedetta, senza necessariamente trovare una sua copia. E che ti insegna come non rassegnarsi all’idea che tua madre voglia scomparire, accettando allo stesso tempo ogni sua volontà, qualsiasi suo desiderio, chiedendole persino “ti posso aiutare [a scomparire]?”.

In un’intervista, quando gli chiedono se girare il documentario sia stato effettivamente un lavoro di separazione con Benedetta madre, oltre che con Benedetta modella, Beniamino risponde: “Credo che ci sia un momento nella vita, che a volte coincide con la morte dei genitori, in cui non riusciamo a separarci da loro e loro da noi, il che non significa non vedersi mai più, però significa che non sei più il figlio ma magari diventi ‘una persona accanto alla persona’. È un processo misterioso e lungo, non è che coincida con questo film, però quest’ultimo mi ha in parte aiutato nel percorso”. E lui sicuramente ha aiutato chi, a dieci, venti o quarant’anni, nei genitori ci vede sempre e solo un ruolo. Non una persona, con i suoi desideri e le sue libertà. Con l’intelligenza di parlare sinceramente al figlio, anche quando si tratta di esprimere tutta la volontà di sparire – morendo o scappando poco importa. Comunque di andare.  

La scomparsa di mia madre è un film-documentario del 2019 che non si descrive, si guarda. L‘ho scoperto con grande ritardo in un afoso pomeriggio romano. E con il film ho scoperto tante altre cose. Ad esempio, che di Benedetta Barzini, oggi, può scomparire, al massimo, solo l’immagine, se davvero è ciò che desidera. Ma che dell’immagine dovremmo sbarazzarcene un po’ tutti, anche se non lo desideriamo. Che sarebbe bello vedere quello che non si vede. E che scomparire non equivale a morire. E viceversa, se vogliamo.

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