Per secoli il mare è stato un territorio brutalmente maschile, dominato da leggi non scritte, violenza e dalla superstizione secondo cui le donne a bordo portassero sfortuna. Eppure, tra il III secolo a.C. e il XVIII secolo, alcune figure straordinarie hanno ribaltato le regole del loro tempo, trasformando la pirateria in uno strumento di totale autonomia, ricchezza e, in certi casi, autentico potere politico.

Le piratesse che hanno dimostrato il loro coraggio

La prima della storia a tracciare questa rotta fu la regina Teuta nel 231 a.C. che, alla morte del marito, assunse la reggenza del regno illirico. Sotto il suo comando, le velocissime navi pirata dell’Adriatico misero in ginocchio i commerci di Roma. Quando i diplomatici romani pretesero spiegazioni, Teuta rispose con orgoglio che la pirateria era una fiera e legittima tradizione del suo popolo, accettando di scatenare una guerra pur di difendere l’autonomia dei propri confini.

Nelle gelide acque del Baltico, qualche secolo dopo, si consumò invece l’incredibile avventura di Alwilda. Per sfuggire a un matrimonio combinato con il principe Alf di Danimarca, la ragazza scappò di casa, si travestì da uomo e prese il timone di una ciurma di pirati. Diventò così abile e temuta da costringere il re danese a inviare la flotta militare per catturarla. Ironia della sorte, a guidare l’attacco fu proprio il principe Alf: dopo un epico scontro navale in cui la ragazza mantenne testa all’esercito, i due si innamorarono sul serio sul ponte della nave, si sposarono e Alwilda ascese al trono come regina.

Il Cinquecento vide poi fiorire due straordinarie condottiere ai lati opposti del mondo conosciuto. In Marocco, Sayyida al-Hurra creò un impero corsaro nello Stretto di Gibilterra per vendicarsi degli europei che avevano esiliato la sua famiglia dall’Andalusia, alleandosi con il famigerato pirata Barbarossa e trasformando i bottini nel motore economico della città di Tétouan. Contemporaneamente, sulle coste dell’Irlanda, Grace O’Malley rifiutò di farsi da parte alla morte del marito nonostante le leggi dell’epoca le vietassero di ereditare i beni. Prese il comando delle navi paterne, guidò personalmente i suoi uomini all’arrembaggio e divenne così potente da trattare da pari a pari con la regina Elisabetta I d’Inghilterra.

A chiudere la classifica troviamo Bonny, Read e Lindsey

L’età dell’oro della pirateria nei Caraibi, all’inizio del Settecento, portò alla ribalta le due piratesse più famose di sempre, Anne Bonny e Mary Read. Entrambe cresciute imparando a vestirsi da uomo per sopravvivere in contesti difficili, si ritrovarono a combattere fianco a fianco sulla nave di John “Calico Jack” Rackham. Durante gli arrembaggi impugnavano spada e pistola in prima linea, mostrando una ferocia e una leadership che terrorizzavano le vittime. Catturate nel 1720, evitarono la forca solo perché entrambe si scoprirono incinte.

A chiudere questa serie di leggende marine è la spietata Maria Lindsey, che insieme al marito Eric terrorizzò le rotte di Capo Bretone nel XVIII secolo. La leggenda che la circonda racconta di una donna di una crudeltà inaudita, che usava i prigionieri legati come bersagli per il tiro a segno e pugnalava personalmente i capitani rivali prima di accumulare ricchezze immense. Che fossero nobili sovrane in cerca di indipendenza o fuggitive travestite da marinai, queste sette donne hanno dimostrato che, quando c’era da governare il timone o difendere la propria libertà, il genere non contava nulla: contavano solo il coraggio e l’astuzia.

Stefania Cirillo