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La violenza della dipendenza affettiva

Viviamo in un’epoca strana per l’amore tossico. Da una parte c’è chi lo conosce e lo evita, dall’altra chi lo osanna. Ricordando la puntata di quella serie tv in cui lei si arrabbia se lui decide di uscire con gli amici e di non partecipare al battesimo della nipote dello zio del cugino di secondo grado in una assolata domenica di luglio. E finendo per giustificare un atteggiamento simile. Ecco, con questa propaganda della tossicità, la dipendenza affettiva c’entra proprio niente. Perché, meglio chiarirlo subito, contrariamente all’amore tossico, neanche merita la definizione di “amore”. I nomi che lo compongono vanno già benissimo, perché spiegano esattamente di cosa si tratta. Di una dipendenza, come quella del fumo, del gioco d’azzardo e sì, anche della droga. Va detto. Un calcolo di te più me, che meno te non sono più me, che può sfociare nella violenza di genere.

Dipendenza affettiva: come riconoscerla

abuso sessuale

I segnali di una dipendenza affettiva sono evidenti, tranne per chi ne è vittima. Si inizia piano, fino a entrare, spesso senza rendersene conto, in un vortice dal quale è difficile uscire. Secondo lo stesso schema che funziona per qualsiasi altra assuefazione. Percepirla però è più semplice, perché qualcosa di gioioso come l’amore diventa fonte di malessere. E di ossessione. La vittima infatti impiega ogni energia in relazione all’oggetto del proprio desiderio, smettendo di vivere in maniera funzionale a sé per farlo in maniera funzionale “in relazione a”. Ogni pensiero, ogni aspettativa, ogni progetto è quindi rivolto verso l’altro. In parole povere, come se quel sentimento totalizzante, da “primo amore adolescenziale”. Che portava a riempire pagine intere di quaderni con pensieri verso la persona amata invece che di appunti di scuola non fosse mai finito. Bellissimo esternare le proprie emozioni, ma non quando possono costarti un votaccio perché non hai prestato attenzione alle spiegazioni. Ecco, anima e corpo rivolti verso l’altro, la vittima finisce per trascurarsi. E per annullarsi in quanto singola persona.

Ma andare oltre l’esempio e istituire un paragone, parlando della dipendenza come di un primo amore, è errato. Come si diceva, già solo il termine “amore” non dovrebbe essere coinvolto. Neanche nell’accezione di “morboso”. L’amore, quello vero, porta gioia, miglioramento, è sacro. Ed è qualcosa di totalmente opposto. In questo caso siamo di fronte a una vera e propria ossessione. Che, in quanto tale, va contrastata.

Da cosa ha origine?

Le cause della dipendenza affettiva affondano le proprie radici nella storia personale di ognuno. La più evidente è di certo la poca autostima. Questa fragilità spinge a cercare quell’amico, quel partner, quella persona che ci fa sentire tanto bene. Che ci riempi laddove c’era un vuoto. Si chiede attenzione, si assilla l’altro, si fa sempre in modo di non separarsene. Fino a fondervisi, fino a perdonargli l’imperdonabile.

Il ruolo della dipendenza affettiva nella violenza di genere

Perché allarmarsi quando si parla di dipendenza affettiva? Escludendo le non certo insignificanti conseguenze che provengono da sé, le più pericolose hanno a che vedere con la piaga della violenza di genere. La dipendenza affettiva è infatti uno degli appigli di questo fenomeno, il fertilizzante per permettere alla malerba di crescere e radicarsi. Ed eccoci al solito paragone: cosa succede a chi prova a disintossicarsi? Dall’irascibilità all’ansia, le reazioni sono sempre dolorose, difficili. Dunque, per chi esperisca dipendenza affettiva separarsi dall’oggetto del desiderio funziona allo stesso modo. E anche la sola prospettiva può essere un deterrente.

Ne deriva in primo luogo un conflitto interiore, con il soggetto diviso tra la volontà di allontanarsi e la sostanziale incapacità di farlo. Dando il “la” alla violenza di genere che, per errata possa essere e riconosciuta o meno, non viene contrastata dal sofferente. Che diventa sempre più dipendente, dunque sempre più fragile e sempre più a rischio. Questo mancato allontanamento non dev’essere certo letto nell’ottica di un “se l’è cercata”, osservazione del tutto inammissibile. Ma della difficoltà oggettiva di opporsi e di lasciare andare, anche quando questo potrebbe significare salvarsi.

Conoscere questo fenomeno diventa quindi importante per sé e per gli altri. Perché laddove la consapevolezza può fallire, l’aiuto e la comprensione possono essere preziosi.

Sara Rossi

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