Dopo più di vent’anni dall’esordio al cinema con “Tre metri sopra il cielo“, Luca Lucini torna alla rom-com adolescenziale con “L’amore, in teoria”, pellicola che lavora sullo stesso piano dell’amore giovanile traslato ai tempi odierni. Ma cosa vuol dire amare per la Generazione Z? Luca Lucini risponde a questa domanda con delle (finte) interviste ai diretti interessati, ai protagonisti del film, che intervallano gli atti del film. Le risposte sono ogni volta diverse, particolari e tentano di ricostruire cosa sia l’amore e cosa siano le emozioni. Peccato che, al di là di questa discorsività oggettiva, nel film non venga mai veramente affrontato, con la dovuta profondità, una questione così importante e quanto mai attuale come l’amore ai tempi della Gen Z. “L’amore, in teoria” lavora tutto di superficie, di manierismo, di paletti di genere conosciuti e ormai abusati.
Non sembra mai volersi spingere più al di là del proprio naso. Perché la nuova fatica di Luca Lucini tenta in tutti i modi di interrogare una generazione che vive sul filo della follia, della rivoluzione interna ed esterna. Una generazione scossa, tormentata e che sa porsi le domande giuste. Ma quello di Lucini sembra solo uno stanco tentativo, appunto, senza mai riuscire a costruire un vero e proprio ritratto generazionale che sappia cogliere le infinite sfumature di una gioventù che è decisamente più stratificata di come “L’amore, in teoria” voglia ritrarre. Perché gli intenti ci sono anche: c’è la volontà di parlare ad un pubblico diverso da Tre metri sopra il cielo, c’è la voglia di affrescare una nuova identità maschile, molto più moderna e meno machista di quella di Step. Ma ci si ferma alla volontà e alla scanzonata bonarietà, perché quando si chiede a “L’amore, in teoria” di scavare più a fondo, ritorna sempre in superficie.
L’amore, in teoria: tanti temi

Leone (un ottimo Nicolas Maupas) è un giovane studente di filosofia con una cotta dai tempi del liceo per Carola (Caterina de Angelis). Lei è una “pariolina” milanese che sfrutta questo rapporto per coprire agli occhi dei genitori le sue uscite con un ragazzo decisamente poco raccomandabile. Leone la accompagna ovunque e recita davanti ai genitori di lei il ruolo del fidanzato perfetto, tutto per amore. Il ragazzo continua il suo lavoro da “sottone” (così lo definiscono gli amici), finché non finirà nei guai con la legge per coprire proprio Carola, finendo ai servizi sociali. Ed è proprio lì che conoscerà Flor (Martina Gatti), un’attivista con cui c’è subito intesa e nascerà qualcosa di inaspettato. Ma i diversi stili di vita e modi di vedere i rapporti sentimentali potrebbero essere lo scoglio più grande tra i due.
I temi che “L’amore, in teoria” mette sul piatto sono tanti. C’è l’incapacità di agire di Leone, uno sfigatello bruttino (così gli dicono, ancora, i suoi amici. La scelta di Maupas per un ruolo del genere è inspiegabile) che non ha mai avuto esperienze né sentimentali né sessuali. E quindi c’è la paura della prima volta, delle aspettative, dell’entrare nel mondo degli adulti. E, ancora, il rapporto travagliato con il padre, il lutto verso la madre, il contatto con il senzatetto Meda (Francesco Salvi) che gli insegna cos’è la vita vera. “L’amore, in teoria” si spinge e si districa su tanti temi, senza mai veramente afferrarne nessuno. Galleggia sulle onde della Gen Z senza mai affrontarne le profondità, forse per la paura di affogare o per l’incapacità di saper risalire. Leone è un soggetto passivo, che subisce tutto quello che gli sta intorno. E anche quando sembra dover redimire il suo carattere, finisce sempre per risultare poco reattivo, poco agente.
Una gioventù già vecchia
La sceneggiatura scritta da Amina Grenci e Teresa Fraioli si muove sui classici trope del genere. Dal triangolo amoroso che innesta le vicende drammatiche e comiche, gli equivoci naturali, il meetcute tra i due amanti destinati a stare insieme. Tutti elementi che fanno de “L’amore, in teoria” la più classica delle commedie romantiche all’italiana, senza mai veramente affondare il colpo. Senza mai veramente mostrare le sfaccettature di una generazione come magari hanno fatto altri come Castellitto con il suo meraviglioso “Enea”, o Giovanni Tortorici con “Diciannove”. E, per quanto sia lodevole la volontà di cambiare la narrazione della figura maschile, lo si fa attraverso uno sguardo attempato, vecchio. Leone non è il machismo tossico dello Step di vent’anni fa, ma è la versione edulcorata di un giovane moderno. O, ancora meglio, la versione di un giovane che tante generazioni passate vorrebbero vedere.
È il classico ragazzo della porta accanto, poco attante e tanto errante, senza una smagliatura, un’idea fuori posto, dedito allo studio e all'”amore vero”. Una visione sempre superficiale, poco accentuata di quelli che sono i ragazzi di oggi. O di quello che sono stati i giovani in generale. Perché L’amore, in teoria sembra tanto la visione che una vecchia generazione ha sia del modello maschile moderno, sia dell’amore stesso. E non importa se questa visione porti all’annullamento stesso delle personalità forti nel film (Flor), l’importante è che sia sempre l’amore a vincere e una visione arcaica e consumata di gioventù. O di una giovinezza che si spera sia quella reale ma che, nella realtà vera, non è proprio così.
Alessandro Libianchi
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