Autunno e inverno, in queste settimane, si stanno intrecciando, rincorrendo e alternando, in una danza fatta di sprazzi di tepore e gelide folate di vento. Novembre sta per lasciare il posto all’ultimo mese dell’anno, che ci condurrà verso il turbinio delle festività natalizie. Un periodo amato alla follia o detestato con altrettanta intensità, divisivo ed estremo per alcuni, accogliente e piacevole per altri.

Comunque la si pensi, queste settimane portano offrono un’atmosfera unica, fatta di contrasti e dualità. Per descriverle, la lingua italiana mette a disposizione un’infinità di vocaboli, alcuni più fantasiosi di altri. I più, naturalmente, sono di uso comune, ma il nostro lessico, sempre complesso e affascinante, ci dona anche parole ormai desuete che, però, delineano con efficacia questi giorni a cavallo tra due stagioni.

Autunno e inverno: quel contrasto tra calore e gelo

FALBO. Si tratta di un aggettivo derivante dal germanico falwa, poi latinizzato in falvus, come appare in una glossa del nono secolo. Si è poi diffuso, con ogni probabilità, attraverso il provenzale falb, e ha la stessa origine di fauve. Sta ad indicare il colore giallo scuro, in riferimento specialmenteal manto dei destrieri o di altri animali. Per estensione, tuttavia, lo si può accostare alle tipiche tinte autunnali.

LÙTEO. Anche in questo caso, si rimane nel mondo dei colori, nello specifico dell’ «erba guada, color giallo». Lùteo viene dal latino luteus, che a sua volta deriva da lutum; letteralmente, “di colore giallo”. Giosuè Carducci ne fa utilizzo in una delle sue poesie:

«Io bevo al dí che tingere
Al masnadier di Francia
Dee di tremante e luteo
Pallor l’oscena guancia.»

NERALBO. Si passa a tutto un altro clima con questo aggettivo, costituito, com’è evidente, dall’unione di due parole diametralmente opposte: nero e alba. Proprio per questo, neralbo sta ad indicare il contrasto tra il chiaro e lo scuro, tra il dì e la notte, in quel conflitto tra luci e ombre proprie dell’inverno, in cui il manto candido della neve stride con il buio del cielo.

VAIATO. Risalente al quattordicesimo secolo, questo termine ricalca l’equivalente impiegato in araldica, che si riferisce ad un vaio in cui gli smalti delle pezze sono diversi dall’azzurro e dall’argento e virano verso l’oro e un altro colore. L’aggettivo rimanda ad una sfumatura screziata, ma scura, tendente al nero.

La fine dell’anno, tra lutto e rinascita

INGRAMAGLIARE. Direttamente dallo spagnolo gramalla, un abito lungo, usato anche dalle vedove, chi s’ingramaglia sceglie di vestirsi a lutto. Ingramaglia, infatti, indica anche il drappo funebre col quale si copre il catafalco, o in generale i drappi con cui si addobbano le chiese in occasione di riti funebri. Per estensione, dunque, vuol dire oscurarsi, abbrunarsi. Una parola perfetta per novembre, mese decicato al ricordo dei cari estinti.

QUIESCENZA. Il sostantivo proviene dal latino quiescentia, derivazione di quiescens -entis, e simboleggia uno stato di quiete, di riposo, di cessazione o sospensione dell’attività. Impiegato anche in campo giuridico e amministrativo, in biologia, fa riferimento al periodo del ciclo biologico (detto anche dormienza o riposo) in cui le funzioni dell’intero organismo o solo di alcuni organi sono sospese o notevolmente ridotte in condizioni ambientali sfavorevoli. Un termine perfetto per la fine dell’autunno e il principio dell’inverno, momento di letargo per la natura.

POSTERGARE. Il verbo ha origine dal latino medievale postergare, che deriva dalla locuzione post tergum, «dietro le spalle». Il “gettarsi una cosa dietro le spalle” fa riferimento alla necessità, talvolta, di lasciare indietro il passato, senza darsene pensiero. Non soffermarsi su quello che è stato, ma su quello che sarà, che è quello che accade ogni 31 dicembre, quando, tra un cucchiaio di lenticchie e un trenino, facciamo il solito conto alla rovescia, per salutare l’anno appena terminato e celebrare tutti insieme quello che verrà.

Federica Checchia

Seguici su Google News