Le mogli impietose dei grandi scrittori: Da Dracula a Il Grande Gatsby

I saw pale kings and princes too,
Pale warriors, death-pale were they all;
They cried—‘La Belle Dame sans Merci
Thee hath in thrall!”

John Keats, “La belle dame sans merci

Belle dame sans merci”, ovvero “Bella dama senza pietà” veniva definita dal poeta John Keats la donna fatale che, sin dai tempi degli antichi poemi cavallereschi fino ai nostri giorni, ammaliava gli uomini con la sua alterigia e la sua impassibile bellezza enigmatica, accompagnando sempre le sue arti di seduzione con una forte determinazione caratteriale e un insolito piacere nel vedere il proprio amato struggersi per lei e le sue richieste impossibili. Una storia, quella delle dame impietose, andata avanti sin dalla notte dei tempi e capace di influenzare fortemente il panorama letterario internazionale che spesso erroneamente credevamo dipendesse semplicemente dall’immaginario un po’ folle degli scrittori che lo composero. In particolare, a questo proposito, ci piace raccontare alcune storie, tutte a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, di cinque mogli e dei loro rispettivi mariti scrittori, i quali tradussero in libro i propri episodi di vita coniugale che segnarono per sempre la loro esistenza.

 

Immagine dal web

Il primo caso di cui ci piace parlare è quello di Florence Balcombe, la dama di Newcastle che, trasferendosi a Dublino, fece breccia nel cuore dello scrittore Oscar Wilde, con cui ebbe una relazione di due anni, prima che lui si trasferisse in Inghilterra, per poi incontrare e sposare un altro intellettuale, Bram Stoker, con cui si sposò a Dublino nel 1878. Una storia ricca di stimoli culturali che ben rimpiazzò la precedente, quella con Stoker, senonché, dopo la nascita del loro bambino, una frigidità improvvisa indusse Florence alla totale apatia nei confronti di Stoker, che di colpo dovette far fronte alle crisi psicologiche e fisiche di sua moglie. Che fosse stato il dolore o un trauma post parto ad averla cambiata, non ci è dato saperlo. Ad ogni modo, gli effetti che questo evento procurò sulla vita di coppia furono devastanti. Proprio in quel periodo, infatti, Stoker si sentì ispirato a intraprendere quei sette anni di duro lavoro che avrebbero portato al completamento del romanzo Dracula, un uomo condannato all’eterna perdizione, il cui desiderio di succhiare sangue dai colli di gente innocente culminava nella sua brama di ottenere per sé l’anima di Mina Murray, sottratta a lui in una vita passata e da sempre sua amata prescelta.

Un racconto tumultuoso e ricco di passioni contrastanti, tra lussuria e ambizione, in cui, come ci fa suppore Alessandro Baricco nella sua prefazione, la figura di Lucy Westerna, migliore amica di Mina, incarna alla perfezione la personalità algida e razionale di Florence Balcombe; infatti, Bram Stoker aveva dichiarato più di una volta di avere sposato Florence per la sua arguzia, caratteristica che lei mantenne anche durante i 25 anni successivi alla morte del marito (morto di sifilide dopo una vita trascorsa con altre donne), denunciando lo sceneggiatore Henrik Galeen per aver portato in scena il film “Nosferatu (liberamente ispirato al romanzo di Stoker e per il quale non le fu chiesta alcuna liberatoria sui diritti d’autore) e ordinando la distruzione di tutte le copie esistenti della pellicola, di cui per miracolo se ne salvò qualcuna. 

Altro caso degno di nota fu quello della storia tra l’artista e avventuriera Fanny Van De Gift, nota anche come Fanny Osbourne, e lo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson. I due si erano sposati in seguito al divorzio di Fanny dal suo precedente marito ed una serie di difficoltà dovute all’iniziale distanza geografica e ai problemi di Stevenson con i suoi genitori, per poi continuare a viaggiare per il mondo come due esploratori, e un giorno, avendo appena terminato l’opera “Lo strano caso di Dottor Jekyll e Mister Hyde, Stevenson si presentò a Fanny con il manoscritto, dal momento che l’idea della trama gli era balenata in mente proprio in seguito al racconto di un incubo avuto da lei; la donna, disapprovando il modo in cui era stato scritto, definì il libro “un quaderno pieno di nonsense totali“ agli occhi di un amico lì presente e poi lo gettò nel fuoco . Stevenson, in preda alla furia e gravemente provato dalla tubercolosi che lo affliggeva, nonché dagli effetti dei medicinali a base di cocaina che era costretto ad assumere, riscrisse il racconto in soli tre giorni. Fanny corredò la seconda versione dell’opera di una prefazione, a tutt’oggi esistente e si assunse, nei fatti, i diritti dell’opera. Dopo la morte di Stevenson per emorragia cerebrale nel 1894, la donna visse altri vent’anni, trasferendosi in California e iniziando lì una nuova vita.

 


Altra storia, non molto dissimile dalle precedenti, fu quella tra Nora Barnacle e lo scrittore irlandese James Joyce. La loro relazione venne indicata ufficialmente da Joyce con la data del 16 giugno, giorno che lui scelse anche per la giornata in cui si svolsero i fatti narrati nel suo romanzo “Ulisse” (16 giugno 1904, oggi conosciuto come Bloomsday, ovvero il giorno dei Bloom, e celebrato in tutta l’Irlanda per commemorare l’autore e i suoi personaggi). La figura di Molly Bloom, moglie fedifraga con il cui monologo psicologico si conclude il romanzo, fu creata da Joyce ispirandosi a Nora: pare proprio che Joyce fosse estremamente geloso di sua moglie e che nutrisse per lei un amore devoto e perverso, al punto da chiederle, in diverse lettere erotiche a lei indirizzate, che lei lo picchiasse e facesse di lui il suo oggetto sessuale. E del resto, solo una donna profondamente determinata poteva affiancare un’anima turbolenta come quella di Joyce, soggetto all’alcolismo e alle risse con i compagni ubriachi e in perenne viaggio alla ricerca di un lavoro. Dopo la morte di lui, sua moglie visse altri dieci anni.

 


E che dire di Zelda Fitzgerald, celebre scrittrice e paladina americana della nuova emancipazione femminile e per questo conosciuta per aver portato avanti il movimento delle flapper, ovvero le “maschiette”, e di suo marito, Francis Scott? La coppia più rumoreggiata e nota dei roaring twenties americana viveva in realtà di un conflitto giornaliero, in cui i capricci e i tentativi di suicidio di Zelda si scontravano con la vita mondana, le aspirazioni artistiche e gli alti e bassi editoriali condivisi con suo marito, che, grazie a Il Grande Gatsby, aveva raggiunto il massimo della notorietà, ma che una quindicina di anni dopo, nell’opera “Il crollo”, si ritrovava invece a dissacrare tutta quell’illusoria felicità degli anni venti di cui lo stesso personaggio di Gatsby si nutriva, prima del crollo della Borsa di Wall Street.

I Fitzgerald, coppia omaggiata anche da Woody Allen nella sua pellicola Midnight in Paris, simboleggiano forse lo sforzo più grande che un marito possa fare per non perdere la testa, pur sapendo, paradossalmente, di averla già persa a causa della propria moglie e dell’amore che provava per quest’ultima, malgrado lei lo trattasse spesso malissimo e si rifiutasse di prestarsi alle cure presso l’ospedale psichiatrico dove poi morì. Una situazione pirandelliana e non tanto per dire: anche la moglie di Pirandello, difatti, soffriva di disturbi paranoidi gravissimi, ma questa è un’altra storia.

Possiamo, a questo punto, dire che forse, Zelda Fitzgerald, in quanto lei stessa scrittrice di romanzi (come “Save the last waltz” ) è proprio l’eccezione che conferma la regola: dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, ma dietro un romanzo spietato, c’è sempre una donna senza pietà.

 

GIORGIA MARIA PAGLIARO

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