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Marzo 4, 2021, giovedì

Le nuove regole del governo Draghi: no agli spostamenti tra Regioni fino al 27 Marzo

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“La primavera bussa alle porte”, ma il Covid le ha già sfondate tutte, e senza chiederci il permesso. Quando sembrava andar via, è tornato indietro accomodandosi in salotto. E, nel frattempo, per il governo Draghi non c’è altra soluzione se non quella di “intrattenerlo”, studiando delle strategie che lo mettano nelle condizioni di andarsene, definitivamente. I danni causati finora sono stati già troppi: per far fronte alla crisi finanziaria, alle misure di tipo sanitario dovranno affiancarsi quelle di ristoro economico. I presidenti delle Regioni chiedono infatti “un cambio di passo”, lamentando proprio il mancato arrivo di quei risarcimenti che alcuni settori “da mesi” stanno aspettando, dopo aver dovuto abbassare le saracinesche delle loro attività.

L’Italia per adesso continuerà ad essere divisa per colori, ma i parametri per stabilire il livello di rischio potrebbero cambiare già prima del prossimo Dpcm, allargando le zone rosse lì dove si riterrà necessario. Di conseguenza, ci si muoverà seguendo “il doppio binario delle misure di contenimento affiancate a quelle di indennizzo”, ha dichiarato la ministra degli Affari Regionali Mariastella Gelmini, al fianco del ministro Speranza, in un incontro con i governatori convocato ieri sera.

Dpcm: divieto di spostamento e nuove regole

Il Decreto, approvato oggi, intende prorogare il divieto di spostamento tra le Regioni per altri 30 giorni: dunque, dalla data di scadenza del 25 Febbraio, si passa al 27 Marzo. Ed inoltre si stabiliscono le nuove regole, operative dal 6 Marzo. “Ci muoveremo in sintonia con gli altri Paesi” ha affermato Draghi, rassicurando i ministri, incontrati dopo il G7, e con cui ha fissato l’agenda, in vista del Consiglio europeo di fine settimana. Non a caso Gelmini ha parlato della necessità di “soluzioni” da raggiungere con una “vera unità nazionale nel contrasto ad un nemico che purtroppo ha già fatto contare quasi 100mila vittime”.

Ben lontana è certamente l’ipotesi di una riapertura serale di bar e ristoranti: la curva epidemiologica non mette nelle condizioni di adottare allentamenti. Il Comitato tecnico-scientifico ha infatti espresso la volontà di non “procedere a riaperture che rischiano di far salire ulteriormente il numero di contagi perché favoriscono una maggiore circolazione delle persone”, ma lasciando sempre “la scelta al decisore politico”. Oltre alle brutte notizie, si pensa però anche a tener viva una luce di speranza negli italiani, e dunque si valuterà se ci sono zone del Paese in cui invece il virus sembra sull’uscio della porta, preparandosi in tal caso ad una, seppur graduale, riapertura delle attività.

“Non siamo tutti uguali”

Nel documento approvato all’unanimità dai governatori e inviato al governo, si chiede principalmente una gestione differenziata che preveda “regimi più stringenti per specifici contesti territoriali”. Questo significa che laddove l’Rt è più baso sarà possibile valutare la ripartenza – con le precauzioni che il caso merita – di alcuni settori, ottenendo così una classificazione che lega la graduale “libertà” agli indici di presenza del Covid. “Chiediamo di valutare le restrizioni che si sono rivelate più o meno efficaci, per soppesare quali attività sia necessario chiudere o limitare e quali invece possa essere riaperte, con protocolli aggiornati” – hanno dichiarato i governatori – “Tale soluzione risulta essenziale e opportuna in quanto alcune attività risultano totalmente chiuse da diversi mesi e il prolungarsi di tale situazione risulterebbe esiziale”. A riguardo, però, non si è dimostrata unanimità e dunque sarà il governo a prendere la decisione finale. Nel frattempo Speranza non molla e continua a sostenere che “La linea del rigore deve essere confermata, l’incidenza delle varianti è ancora pesante”.

In questo calderone, una considerazione è stata volta anche alle scuole e alle università, per le quali i governatori chiedono una ri-organizzazione, prevedendo “un’apposita numerazione di rischio, tenendo conto dei dati oggettivi del contagio nelle istituzioni scolastiche e nel contesto territoriali di riferimento”. L’istruzione è infatti uno degli ambiti che ha risentito maggiormente della pandemia, creando non pochi disagi a studenti ed insegnanti – alle prese con “strumenti” con cui non erano particolarmente avvezzi – ma anche a tutti i genitori, nei confronti dei quali i governatori intendono “implementare forme di congedo, nonché prevedere ulteriori risorse economiche, nel caso di chiusura delle scuole di ogni ordine e grado per aggravamento della situazione epidemiologica”.

I risarcimenti

Quello dei ristori, tuttavia, resta ancora il tasto più dolente, quello su cui Draghi ha voluto rassicurare già dall’inizio del proprio mandato, e sulla base del quale ha voluto immediatamente avviare la procedura per ampliare la cabina di regia ai ministri economici: una linea, questa, che i governatori hanno apprezzato ieri, sottolineando altresì la necessità di “attivare gli indennizzi e salvaguardare le responsabilità, garantendo la contestualità a prescindere da chi adotta il provvedimento”. Ma soprattutto hanno ribadito la necessità di “garantire sempre i risarcimenti sia nel caso di provvedimenti restrittivi di livello nazionale che regionale”. Questo perché alcuni amministratori locali e gli stessi governatori hanno ritardato o addirittura evitato chiusure proprio per non essere poi chiamati a risarcire i gestori delle attività. A riguardo, la Gelmini ha pertanto spiegato, rivolgendosi a loro, che l’esecutivo “può e vuole chiedervi di partecipare ad un processo decisionale che certo dovrà essere tempestivo, che certo dovrà essere snello, ma che non potrà calare sulle vostre spalle”.

“C’è bisogno di un’unica voce, come negli Stati Uniti”

Il numero dei componenti del Comitato tecnico-scientifico sarà ridotto, agevolando così la possibilità che gli esperti parlino con un’unica voce “come avvenuto negli Stati Uniti con la nomina dell’immunologo Anthony Fauci, delegato a parlare a nome del presidente”. Sono state soprattutto le innumerevoli polemiche delle Regioni – rispetto al protagonismo di epidemiologici, medici e atri specialisti – a smuovere il governo verso l’intenzione di limitare il numero dei membri delle strutture sociali.

Francesca Perrotta

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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