Con i suoi impenetrabili occhiali da sole, l’iconico ciuffo bianco e il suo look à la Karl Lagerfeld, Jim Jarmusch è stato tra i protagonisti assoluti di Venezia 82. Il regista è sbarcato in Laguna per presentare Father Mother Sister Brother, scritto in sole tre settimane e impreziosito da un cast stellare: Cate Blanchett, Adam Driver, Charlotte Rampling, Tom Waits, e tanti altri.
Dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica è andato via con un bottino di tutto rispetto, che forse neanche lui stesso si aspettava: è stata la sua pellicola, infatti, ad aggiudicarsi il Leone d’Oro, il premio conferito al miglior film in concorso. Sul palco, si è presentato con la spilla pro Gaza con la scritta “Enough”, e ha in seguito dichiarato: «Non voglio che il mio film sia distribuito in Israele. Non voglio sostegno dal governo israeliano, non voglio venga mostrato da loro».
Jim Jarmusch parla di MUBI e del genocidio in Palestina
La posizione di Jarmusch, in realtà, non è delle più semplici: sono noti i legami tra MUBI -che distribuisce il suo film in diversi Paesi- e Sequoia Capital, che ha investito in una startup della Difesa fondata da ex membri dell’Intelligence israeliana. Il regista, tuttavia, non si è tirato indietro rispetto alle domande della stampa, e già in conferenza stampa aveva affermato: «Il mio rapporto con MUBI è iniziato molto prima della guerra, ed è stato fantastico lavorare con loro su questo film. Da essere umano, però, sono deluso e piuttosto sconcertato da questa vicenda».
In merito alla sua presenza a Venezia, inoltre, ha ribadito: «Siamo qui, vestiti bene, in questo posto splendido. E non c’è nulla di male, perché celebriamo una cosa altrettanto bella: il cinema. Eppure lo facciamo mentre il mondo là fuori è quello che è. Film che ci mettono in relazione con la realtà, o che ci illuminano, sono fondamentali. Anche se su Gaza non c’è certo bisogno di “illuminazione”. È davanti ai nostri occhi. È un genocidio. Se non lo si vede, significa che non lo si vuole vedere».
Federica Checchia





