«Father Mother Sister Brother è una sorta di film anti-azione, il cui stile sottile e pacato è attentamente costruito per consentire ai piccoli dettagli di accumularsi, quasi come fiori disposti con cura in tre delicate composizioni». Jim Jarmusch, tra i principali cineasti del cinema indipendente statunitense, è arrivato a Venezia 82 per presentare Father Mother Sister Brother, un’opera corale divisa in tre capitoli, ognuno dei quali è ambientato nel presente e in un Paese diverso. Father si svolge nel nord-est degli Stati Uniti, Mother a Dublino, in Irlanda, e Sister Brother a Parigi. Il film è una serie di studi sui personaggi e sulle loro relazioni, che s’intrecciano in modo privo di giudizi. Una commedia brillante, ma intessuta di venature malinconiche.

La conferenza stampa di “Father Mother Sister Brother”, un film «lontano dalle etichette»

Cate Banchett sul red carpet di Venezia 82 © Ludovica Casula-Metropolitan Magazine

Presenti alla conferenza stampa gli attori Luka Sabbat, Charlotte Rampling, Mayim Bialik, Vicky Krieps, Indya Moore, la diva Cate Blanchett e il regista Jim Jarmusch. Per quest’ultimo, essere riuscito a realizzare questo film è una grandissima soddisfazione: «Spesso io mi porto dietro le idee per anni; questo film, invece, l’ho scritto in tre settimane, è venuto naturale. Il tutto è stato costruito in modo molto attento per creare un accumulo: senza un capitolo, l’altro non avrebbe senso. David Lynch diceva che decifrare il linguaggio del Cinema è molto difficile ma, grazie a questi attori incredibili, mi sono avvicinato molto all’idea che avevo».

In Father Mother Sister Brother le città scelte come location sono estremamente importanti, quasi dei personaggi a sé: «Per ragioni sindacali non potevo allontanarmi troppo da New York; da questa esigenza deriva la decisione di girare in New Jersey, Dublino è stata molto accogliente e utile ai fini dello sviluppo del personaggio di Charlotte, e Parigi è la mia seconda città, un posto che ho nel cuore da sempre. Tutte le città hanno dei tratti distintivi dei quali io mi innamoro, quindi sono parti integranti dei miei film».

Le parole del cast sul “metodo Jim Jarmusch”

Per Cate Blanchett, «Jim lavora come in un flusso di coscienza, e gli interpreti contribuiscono a dare un senso alle sue idee. Si creano questi universi cos particolari, ma c’è sempre una poesia in quello che fa, c’è molto cuore. Si tende sempre a voler etichettare tutto, ma i suoi lavori si allontanano sempre dalle etichette, e non c’è mai un senso nel senso comune delle cose; questo è un aspetto che mi piace molto, e gli sono grata per questo». Aggiunge il regista: «quando scrivo per questi attori e quando penso ai loro dialoghi, nella mia testa loro parlano. Io scrivo quello che loro dicono, e lo faccio in modo inconsapevole, sono i personaggi a prendere il controllo su di me».

«Nei suoi film non ci sono protagonisti o antagonisti», riflette Indya Moore, «ma persone. Persone con le loro storie, che sfuggono a ogni format prestabilito. Amo l’enfasi che Jim dona alla grandezza della persona media, che riesce a dare risalto a tutti noi, indipendentemente da chi siamo e da quello che facciamo». Le fa eco Charlotte Rampling: «Nei film di Jim gli attori diventano registi, in qualche modo. Non si tratta più di recitare o meno, semplicemente si dà quello che si ha. Siamo tutti nello stesso momento e nella stessa scena, come se fossimo in un sogno di Jim. Non abbiamo ancora visto il film, ma so cosa contiene, perché ne abbiamo fatto tutti parte».

Jim Jarmusch parla di MUBI e dei suoi rapporti con Israele a Venezia 82

All’inizio dell’anno, Jarmusch ha firmato, insieme a molti altri artisti, una lettera per chiedere il cessate il fuoco a Gaza. In molti, però, lo hanno criticato, a causa della sua collaborazione con MUBI, notoriamente legata a Israele. «Il mio rapporto con MUBI risale a un periodo precedente, ma ne abbiamo parlato. Ovviamente sono deluso e sconcertato da questo rapporto, ma non sono un loro rappresentante, dovreste discuterne con loro. Devo, tuttavia, dire che a livello personale io sono un autore indipendente, e ho ricevuto finanziamenti da diverse società. Credo che, in fondo, tutti i soldi che otteniamo siano in qualche modo sporchi».

A prendere la parola è Indya: «Da quando è iniziato il genocidio dei palestinesi è iniziato, stiamo tutti cercando di capire come lavorare evitando questo sistema. Si tratta di una cosa nuova, e stiamo ancora cercando di capire come sopravvivere e come orientarci. Fino a poco tempo fa non ero consapevole di cosa ci fosse sotto, ma ora stiamo imparando e stiamo provando a capire come fare qualcosa. Noi siamo artisti, e parliamo all’umanità, ma dobbiamo poter farlo in modo responsabile, e usare la nostra voce per farci ascoltare dai governi e da chi ha il potere di fare materialmente qualcosa».

Federica Checchia