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Le proteste delle donne in Turchia contro il ritiro dalla Convenzione di Instabul: “Fermiamo il femmincidio” non è uno slogan

Karari geri cek, sozlesmeyi uygula”: grida il gruppo delle cento, mille manifestanti contro la decisione del presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan di ritirarsi dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, meglio nota come Convenzione di Instanbul. “Ritira la decisione, rispetta la Convenzione”, si sente all’unisono nelle principali città turche. Lo fanno a pieni polmoni, tutte le donne. Perché il femminicidio è un problema che Erdogan non vuole affrontare: che esiste lo sappiamo già. Nel lontano 2009, uno studio redatto dall’Onu evidenziò la gravità della situazione con quel 42% di donne che tra i 15 e i 60 anni subiscono una qualche forma di violenza fisica o psicologica da parte del proprio partner. Un tempo che, oggi, sembra infinito, ma non abbastanza da determinare un cambiamento. I mesi di lockdown imposti dal governo per far fronte all’emergenza da Coronavirus hanno solo peggiorato le cose: in sole 3 settimane, sono state uccise 21 donne; nella sola Instanbul, nel mese di marzo dello scorso anno, si è avuto un aumento del 38% delle denunce per violenze domestiche, raggiungendo quota 2.493 contro i 1.804 casi del marzo del 2019. Mentre dall’inizio di quest’anno sono state uccise 82 donne. Dati eloquenti, considerato che la Convenzione era ancora in vigore.

Che non sia mai stata effettivamente attuata lo dice Nilufer, giornalista e attivista di 27 anni, “altrimenti la Turchia non sarebbe un paese in cui sono state uccise anche le donne che sono riuscite a ottenere l’ordine di protezione della polizia. Il contratto definisce in modo inclusivo la violenza, da quella fisica a quella economica, e la tratta in tutte le sue dimensioni. Tuttavia – ribadisce – non è mai stato implementato con tutte le sue capacità. Migliaia di donne sono vittime di violenza e questo numero è in aumento”.

Il femminicidio in Turchia non è “un caso isolato”

Ma andiamo al fondo: quello che la stessa Nilufar ha scavato mettendo in luce quanto il vero problema della Turchia non sia tanto la mancanza di un quadro legislativo forte, quanto la sua corretta implementazione, a partire dalla totale assenza a cui forze dell’ordine e giudici si appellano ogniqualvolta si vedono costretti a rispondere alle numerose richieste di aiuto delle donne, le quali, con qualche sforzo, si dicono ascoltate quando il tentativo di proteggerle consiste in una pena ridotta per tutti quegli uomini che simulano un comportamento rispettoso davanti alla Corte: sono talmente tanti che si è pensato di coniare anche un apposito termine, “la riduzione della cravatta”. Un trattamento spesso riservato anche a chi si giustifica affermando di aver agito solo in un momento di rabbia provocato dalla donna. Dunque presentando l’operato come un episodio isolato. Non di certo per quella forte disparità di genere esistente nella società, che affonda le sue radici in una cultura patriarcale e maschilista che la stessa classe politica continua a sostenere. Nel 2011, quando la Turchia firmò la Convenzione di Instabul, molti politici hanno fin dal principio criticato l’adesione, definendo le leggi europee una minaccia ai volari della famiglia. E non si dica che sia stato un caso isolato anche quello.

In un contesto simile non stupisce neanche che il Governo del partito Libertà e Giustizia, nel gennaio 2020, abbia cercato di far passare una legge che reintroducesse il cosiddetto matrimonio combinato riparatore: così chi è accusato di violenza sessuale contro un minore può evitare il carcere sposando la sua stessa vittima, qualora quest’ultima abbia meno di 18 anni, e qualora la differenza di età tra i due non superi i 10 anni. Una proposta che dimostra chiaramente quale sia la posizione del Governo nei confronti della tutela delle donne e dei minori. Lo stesso Erdogan in più occasioni ha affermato che le famiglie, cioè le donne, turche dovrebbero avere almeno 3 figli; insieme ad altri politici che definiscono le madri che lavorano durante la maternità delle “mezze persone”. Partendo da questo presupposto, si potrebbe persino giustificare la repressione fisica e psicologica che le donne subiscono quotidianamente vedendosi condannate al ruolo di madri e casalinghe.

Ora immaginate di non riuscire a sentirvi al sicuro in casa propria: se non ci riuscite, chiedetelo alle donne in Turchia. Perché è così che si sentono loro. Senza comunque arrendersi. Trasformando la paura in bandiera viola da sventolare fieramente, e protestando affinché “il governo ci veda e ci ascolti”, come dice Liza, studentessa di 17 anni, perché “La cosa triste è che in Turchia per i più conservatori la donna viene vista ancora come obbediente. Deve fare quello che dice suo marito: cose come ‘il posto della donna è la cucina’. E se viene picchiata, per loro se l’è cercata“. Un mondo che, così descritto, appare lontano anni luce dai tanti ‘fortunati’ conquistatori di libertà. Ma ogni conquista non dovrebbe essere considerata come eterna e indistruttibile. Ogni conquista andrebbe perseverata e difesa ogni giorno. Esattamente come fa chi ancora non sa che cosa si prova. “Noi non ci fermeremo finché non faranno un passo indietro. Non ci fermeremo fino al giorno in cui non smetteranno i femminicidi. Non ci fermeremo finché non smetteranno di ucciderci”. Così si fa la storia.

Francesca Perrotta

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