Le “zanzare” di Gaza sono palestinesi privati della loro umanità: una storia agghiacciante che vale la pena raccontare.
Li chiamano shawish, che nel gergo delle carceri mediorientali significa “capo detenuto”, ma a Gaza questa parola ha perso ogni sfumatura di ambiguità: ora indica semplicemente uno schiavo. Un palestinese prelevato a caso per strada dai soldati israeliani, incappucciato, spogliato, spesso torturato, e poi costretto a camminare davanti ai militari, dentro edifici bombardati, cunicoli, tunnel, ospedali distrutti. A volte con una pistola puntata alla schiena. A volte con la speranza che chiunque abbia minato quei luoghi si trattenga.
Cosa sono le “zanzare” di Gaza? Sostituiti ai cani da guerra per esplosivi
Nelle comunicazioni radio tra soldati dell’IDF, li chiamano zanzare. Così, con la stessa superficialità e disprezzo riservato a qualcosa che ronza, disturba e può essere schiacciato. Il fatto che queste persone (civili) siano usate come sostituti dei cani da guerra dell’unità Oketz, addestrati per fiutare trappole ed esplosivi, dice tutto sul grado di disumanizzazione raggiunto. I cani, dicono, scarseggiano. E allora si usano corpi vivi.
Corpi palestinesi, ovviamente. Quelli che secondo il discorso dominante sono carne numerica, cifra umanitaria, oppure errore collaterale. Ma non soggetti. Non esseri viventi degni di cautela o pietà. L’uso di scudi umani non è nuovo nelle guerre. Ma qui c’è una torsione ulteriore: la militarizzazione del prigioniero, l’uomo come strumento in tempo reale. Non un ricatto, ma un dispositivo tattico. Una risorsa. Quando i corpi diventano materia logistica, il diritto internazionale è carta vuota. Il silenzio europeo, complice. L’inchiesta completa è disponibile su Il Fatto Quotidiano: “Gli ‘schiavi’ palestinesi usati come scudi umani”
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine



