La Lettonia diventa il primo Paese dell’Ue a rinnegare la Convenzione di Istanbul, l’accordo che tutela le donne. Il Parlamento di Riga vota per uscire dal trattato sulla violenza di genere, una vittoria della destra ultraconservatrice, una sconfitta per tutti.
Dopo tredici ore di dibattito, il Parlamento lettone ha deciso di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul, il principale strumento internazionale contro la violenza sulle donne. Una decisione che non è solo politica: è simbolica, e profondamente violenta. Se il presidente Edgars Rinkēvičs confermerà la mozione, la Lettonia diventerà il primo Paese dell’Unione Europea a rinnegare la Convenzione, quella stessa che aveva ratificato appena un anno fa. Un passo indietro che segna non solo la fragilità del governo di Evika Siliņa, ma soprattutto la fragilità dell’Europa stessa, incapace di difendere i propri principi più elementari: la dignità e la sicurezza delle donne.
Quando i diritti diventano merce elettorale
La Convenzione di Istanbul non è un manifesto ideologico, ma un protocollo di sopravvivenza. Stabilisce standard comuni per proteggere le donne vittime di violenza domestica, assicurare rifugi sicuri, formare le forze dell’ordine, educare alla parità. Eppure, per la destra ultraconservatrice europea (e per la nuova alleanza patriarcale che attraversa la Lettonia) diventa un “pericolo”: accusata di “promuovere l’ideologia gender” e “corrompere i bambini”.
Dietro queste parole, la solita strategia: trasformare la libertà femminile in una minaccia sociale, parlare di “famiglia tradizionale” per mascherare la paura del cambiamento. La premier Siliņa, che nel 2023 aveva promesso di ratificare la Convenzione, ha definito il voto “crudele”. E ha ragione. Perché chi ha avuto il coraggio di denunciare violenze oggi vede il proprio trauma usato come arma elettorale.
Una ferita aperta nell’Europa dei diritti
La Lettonia non è un caso isolato: è l’avanguardia di una deriva che attraversa l’Europa, da Varsavia a Budapest. Ogni volta che un governo parla di “sovranità” o di “difesa dei valori tradizionali”, ciò che davvero difende è il diritto maschile alla violenza impunita.
Come ha denunciato Tamar Dekanosidze dell’organizzazione Equality Now, questa decisione
non solo mette in pericolo le donne e le ragazze in Lettonia, ma rafforza i movimenti autoritari e anti-diritti in tutto il continente.
È l’ennesimo passo nella normalizzazione del neopatriarcato istituzionale, quello che svuota le parole di libertà, uguaglianza e giustizia per renderle compatibili con l’ordine conservatore.
Il silenzio dell’Unione
Ed è qui che il discorso si allarga: cosa farà l’Unione Europea davanti a un Paese membro che rinnega un trattato fondativo della sua architettura dei diritti umani? Probabilmente nulla. Come già accaduto con l’Ungheria e la Polonia, l’Europa continuerà a parlare di “dialogo” mentre assiste al ritorno della violenza istituzionale contro le donne.
Ma ogni volta che un governo cancella una protezione, non è solo un Paese che arretra, è l’intero continente che si indebolisce.
Perché la democrazia non si misura sulla crescita economica o sugli indicatori di stabilità, ma sul corpo delle donne che riescono (o non riescono più) a salvarsi.
Mercoledì sera, più di cinquemila persone hanno manifestato a Riga contro il ritiro dal trattato. Davanti al Parlamento, cartelli e voci hanno ricordato che non si può tornare indietro senza passare sopra alle vite reali: madri, figlie, migranti, attiviste, sopravvissute. Solo una ventina di persone si sono radunate a favore del ritiro. Ma, come spesso accade, bastano pochi uomini organizzati per cancellare anni di conquiste collettive.
Maria Paola Pizzonia





