Cronaca

Letture coraggiose: recensione di “Ballata malinconica di una vita perfetta”

“Ballata malinconica di una vita perfetta” è la nostra scelta per questa nuova edizione della rubrica #Letturecoraggiose. Questo romanzo rappresenta l’esordio di Emily Itami, giornalista freelance e travel writer di origine edochiana. Il libro in lingua originale è intitolato “Fault line”, linea di faglia. Il cambio di rotta nell’edizione italiana di Mondadori riprende la prima bozza dell’autrice che era semplicemente chiamata “Ballad”. Questo termine evoca l’atmosfera delicata e nostalgica del libro e si adatta alla scrittura leggera e malinconica dell’autrice. Lo sfondo della vicenda è la metropoli di Tokyo, un crogiolo di palazzi geometrici, di ritmi serrati e di regole ferree. A sconvolgere l’equilibrio di questa città così apparentemente solida basta però solo un capriccio della natura che con la violenza del suo ventre può da un momento all’altro mandare tutto in frantumi.

La ballata di Mizuki

Mizuki è una giovane casalinga giapponese. Sulle sue spalle gravano le gioie di una famiglia perfetta composta da due bambini e da un marito professionalmente realizzato. Secondo gli standard nipponici la sua condizione è la migliore a cui una donna possa aspirare. Vive infatti in un quartiere raffinato, ha un matrimonio solido ed incrollabile e un benessere economico non accessibile a tutti. Dietro a questa facciata di perfezione si nasconde però un malessere profondo che la porterà quasi a tentare un disperato volo dai piani più alti del suo grattacielo. Non c’è nessuno però disponibile ad ascoltarla.

Cassie aveva uno psicologo, però; lei e tutte le sue amiche ne avevano uno, come se fosse assolutamente normale andare a lezione di danza, portare fuori il cane e poi pagare qualcuno che le ascoltasse per un’ora. […] L’idea non è male, ma non riesco ad immaginare di metterla in pratica qui. Potrei dire qualcosa come: “Ho due figli, un marito che lavora tanto e un bell’appartamento, eppure mi sento stranamente insoddisfatta”. E lo psicologo, che per forza di cose sarebbe un uomo più grande di me, risponderebbe: “Non mi sembra terribile. Ha mai pensato di provare a non lamentarsi?”

Il ritmo della musica

Le strette imposizioni culturali la mettono ogni giorno alla prova nei più piccoli dettagli, la analizzano nelle sue vesti di moglie e di madre rendendola però trasparente sul piano umano ed affettivo. La sua vita è una routine meccanicizzata che si alterna fra il lavoro, i bambini e il compiacimento della suocera e delle maestre.

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Madre e casalinga giapponese con in braccio un bambino – stampa del periodo Meiji (ultimi anni del 1800 – primo decennio del 1900 circa)

Il rigido addestramento a cui è sottoposta è esemplificato alla perfezione dalla preparazione del bentō, caratteristico pranzo al sacco generalmente preparato dalle donne di casa. La scelta degli ingredienti e la cura rituale con cui viene preparato è un motivo di vanto, ma anche di rivalità e discredito fra le madri. I rari momenti in cui vorrebbe calare la maschera sono quelli intimi e casalinghi, ma anche in questo caso non le è possibile. Il rapporto con il coniuge è oramai una spettrale convivenza mentre i figli sono un costante monito della vita che le è stata strappata via. A scompigliare questo rigido ordine sarà una giornata di pioggia e un sentimento fuori posto. Un perfetto sconosciuto dopo tanto tempo la farà sentire di nuovo degna di essere vista.

Una nota stonata

Oltre ad essere un interessante spaccato sulla condizione femminile nipponica, questo romanzo illustra alla perfezione lo straniamento che provano i giapponesi occidentalizzati. Come si evince nel corso della trama infatti la protagonista ha trascorso gli anni della propria gioventù in America a causa di uno scambio culturale facendo ritorno poco prima dei trent’anni. Questo viaggio così lontano l’ha cambiata radicalmente, rendendola un ibrido difficile da integrare in entrambe le nazioni. Abbandonati gli Stati Uniti e il suo sogno di diventare una cantante, decide di fare ritorno in Sol Levante e di accontentarsi del lavoro di interprete. Di New York le mancano ogni giorno gli anni della sua gioventù trascorsi in un appartamento pieno di speranze, le amicizie più semplici e i gesti più spontanei. La precarietà di questo stile di vita la spinge nuovamente fra le braccia della sua patria natia, roccaforte più sicura e meno possibilista.

La rima finale della ballata

In sintesi “Ballata malinconica di una vita perfetta” ha il tenore di una favola che presenta un’eroina che può permettersi di uscire dalla sua condizione di infelicità perenne grazie alla fortuita comparsa di un principe azzurro. Però nonostante i toni leggeri la vicenda comunque risente il suo essere calata nella realtà. Il rapporto fra la protagonista e quest’uomo appena conosciuto possiede per l’appunto tutto l’idillio di due persone che conoscono solo il meglio l’una dell’altra. Fattivamente infatti i due amanti assaggiano una perfezione falsa ed effimera senza però dover affrontare i problemi che si nascondono dietro a una qualunque coppia. Mizuki grazie ad un deus ex machina riesce a rendersene conto e a conservare gelosamente la bellezza che c’è stata.

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