La crisi in Medio Oriente torna a scuotere i mercati e minaccia di alterare pesantemente gli equilibri energetici mondiali. Teheran sta valutando seriamente la possibilità di chiudere lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita circa il 30% del greggio mondiale. A riferirlo sono i media iraniani, che citano le parole di Esmail Kosari, membro della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale.

Mentre nelle principali Borse internazionali i titoli calano (bruciando 185 miliardi di euro di capitalizzazione in un giorno solo in Europa), il prezzo del petrolio e del gas naturale, soprattutto in Europa, è in crescita, con possibili effetti a cascata anche sui costi dell’energia elettrica. Brent e Wti, i principali indici mondiali del greggio, stanno salendo di circa il 6%, mentre il prezzo del gas naturale al Ttf di Amsterdam è in aumento del 4%. A guadagnarci, al momento, sembrerebbero essere solo due grandi produttori di petrolio alternativi al Medio Oriente: Russia e, almeno guardando ai futures, il Canada.

Considerando solo il petrolio, l’Iran produce circa 3,3 milioni di barili al giorno di greggio ed esporta nell’ordine di 1,7 milioni di barili al giorno. L’esclusione di questa offerta dalle esportazioni mondiali eliminerebbe il surplus petrolifero inizialmente previsto per il quarto trimestre di quest’anno e spingerebbe i prezzi verso gli 80 dollari al barile. L’Opec (l’Organizzazione dei Paesi produttori del cosiddetto “oro nero”) dispone però di 5 milioni di barili al giorno di capacità produttiva non sfruttata. Quindi eventuali interruzioni dall’Iran e chiusura dello stretto di Hormuz, potrebbero indurre l’organizzazione a reintrodurre tale offerta sul mercato prima del previsto.

L’inflazione nell’Eurozona è rimasta contenuta negli ultimi mesi grazie alla diminuzione dei prezzi dell’energia. Ora la situazione rischia di cambiare. E l’aumento dei costi rappresenta un’ulteriore preoccupazione per il settore manifatturiero. I consumatori stanno risparmiando di più e le aziende stanno rinviando gli investimenti. Un’ulteriore escalation delle tensioni in Medio Oriente aggraverebbe questo sentiment negativo e peserebbe sulla crescita. Se ciò dovesse accadere per un periodo prolungato, le prospettive dell’Eurozona diventerebbero di uno scenario di stagflazione. Uno scenario pessimistico della Bce mostra che un aumento del 20% dei prezzi dell’energia potrebbe ridurre la crescita di 0,1 punti percentuali sia nel 2026 sia nel 2027. L’inflazione sarebbe rispettivamente di 0,6 e 0,4 punti percentuali più alta rispetto allo scenario base.