In barba alla posizione ufficiale del governo italiano (che riconosce unicamente il governo di Tripoli, legittimato da Nazioni Unite e Unione Europea) l’esercito italiano sta addestrando in silenzio anche i soldati del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica e leader dell’altro governo libico, quello dell’Est. La notizia, documentata da fotografie e confermata da fonti del ministero della Difesa, è stata resa pubblica dal Post, ma le esercitazioni erano fino ad oggi passate sotto silenzio.
Addestramenti a Pisa e in Sardegna?
I militari libici (appartenenti alle forze speciali al Saiqa e alla 155esima brigata, entrambe fedeli a Haftar) sono stati ripetutamente ospitati in basi italiane come il centro di paracadutismo di Pisa e la caserma Pisano di Capo Teulada, in Sardegna. In alcune immagini comparse sui social si vedono soldati libici mentre si preparano a esercitazioni con il paracadute, o mostrano orgogliosi certificati e documenti firmati da ufficiali italiani. Uno di loro tiene in mano la bandiera di una squadra calcistica di Bengasi: un richiamo diretto al cuore del potere di Haftar.
Secondo le fonti raccolte dal Post, si tratterebbe di programmi di addestramento separati, svolti in parallelo sia per i soldati del governo di Tripoli che per quelli del generale Haftar. Un’ambiguità strategica che, nella fragile geografia del potere libico, rischia di armare entrambi i fronti di un possibile futuro conflitto intestino.
Addestrare tutti per non scontentare nessuno
L’Italia si muove sul crinale dell’ipocrisia diplomatica: riconosce ufficialmente un governo, ma continua a trattare con entrambi. Dopo il fallimento plateale della visita del ministro dell’Interno Piantedosi, respinto a Bengasi nel luglio 2025, è evidente che Haftar non intende accettare un trattamento da “parte minore”. E il messaggio è chiaro: chi non rispetta l’equilibrio tra Tripoli e Bengasi, paga.
In questo contesto, l’addestramento militare sembra essere diventato uno strumento di compensazione silenziosa, utile per mantenere i contatti con Haftar, evitare ritorsioni, e forse anche preservare l’accesso ai terminal petroliferi orientali della Libia, essenziali per l’approvvigionamento energetico italiano.
Un precedente che pesa
La memoria della crisi del 2020 (quando Haftar sequestrò due pescherecci italiani dopo che Luigi Di Maio aveva saltato la tappa a Bengasi) è ancora viva. La liberazione avvenne solo grazie a una visita riparatoria di Giuseppe Conte poco prima di Natale. I segnali sono chiari: senza la benedizione del generale, nessuna politica italiana sulla Libia è sostenibile, né sicura.
Intanto, l’intelligence italiana continua a incontrare Haftar con regolarità, anche se le missioni avvengono sotto il radar, lontano dai riflettori e dai comunicati stampa ufficiali. A parole si sostiene la linea dell’ONU, nei fatti si naviga a vista tra le due coste del Mediterraneo, spesso con la testa china.
Questa realpolitik che sa di sconfitta
Questa ambiguità (addestrare militari che potrebbero combattersi tra loro, mentre si proclama fedeltà a un solo governo) rivela il vuoto strategico dell’Italia in Libia. Non è una diplomazia pragmatica: è una diplomazia impaurita, che si piega davanti al ricatto geopolitico del signore della guerra della Cirenaica.
L’unica certezza è che, mentre Roma si barcamena tra promesse e concessioni, a Bengasi e Tripoli si accumulano addestrati (a nostre spese) futuri nemici.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





