“L’imbecille”: una disumanità esistenziale

La Scuola di Teatro Letreffe porta in scena ” L’imbecille” di Pirandello al Piccolo Teatro dei Condomini di Rieti

Immobile l’uomo bambino guarda nel vuoto, affonda nella poltrona ignaro o forse stufo del chiasso alle sue spalle.

E’ nel chiassoso interno di una redazione che si apre “L’imbecille” di Luigi Pirandello, atto unico del celebre siciliano portato in scena l’8 e il 9 Giugno al Teatro dei Condomini di Rieti dagli allievi della classe giovani della Scuola di Teatro Letreffe.

“Che ci sia energia scenica, comunicazione silente fra pubblico e personaggi” – questa la premessa di Giovanni Leuratti, regista, interprete ma anche ideatore di una realtà didattica stabile che si afferma come unica all’interno del comune sabino: giunto infatti al suo dodicesimo anno, l’iniziativa porta in scena quest’anno uno spettacolo realizzato in collaborazione con il GAD Sipario Aperto, compagnia amatoriale che da anni gestisce un piccolo ed evocativo spazio teatrale situato nel cuore della città.

Solo sessanta posti ma tutti pieni; veicolata dalla sinergia di spiriti, un’aura calda avvolge la platea all’inizio di entrambi gli spettacoli: originatasi dal racconto di un suicidio, la vicenda si articola sulla scia di una diatriba impetuosa e straziante dove le voci si sovrappongono e stridenti chiamano in appello la presunta inutilità d’una morte.

E’ forse giusto che Pulino si sia ucciso senza prima ammazzare quell’onta esecrabile del suo avversario politico? Non è questa l’azione di un imbecille?

“Ammazzalo e poi ammazzati!” – incarnando le voci altisonanti d’una questione ora esistenziale, Luca (Leonardo Luciani) e Paroni (Gianmarco Antonelli) si scagliano l’un l’altro, imbastiscono efferati discorsi sul valore del cordoglio dinanzi alla sete di potere.

Laddove il primo è spirito rivoluzionario, anima indignata; il secondo è vile inetto, reazionario assetato di potere: se la redazione è arena di combattimento, i due ne rappresentano le polarità più esacerbate ma arida sarebbe la loro folle zuffa” senza la presenza di altri personaggi determinanti alla creazione del ritmo scenico.

Se squillanti gli interventi dei tre redattori (Riccardo Gianfelice, Maria Fernanda Yegros Ruiz, Edoardo Lucandri) sono l’innesto per una tridimensionalità espressiva che è ricchezza fondante per la scena; il personaggio di Rosa (Alessia di Michele) infonde un pathos del tutto irrinunciabile rendendo se stessa proiezione affettiva di un personaggio, quello di Pulino, morto e dunque assente fin dall’inizio.

C’è un commesso viaggiatore ( Daniele Perotti) che è tratto surreale all’interno di una drammaturgia a tratti sferzante, ci sono poi nuovi personaggi che plasmatisi sulla fantasia del regista divengono poi determinanti nella dinamica della pièce arrivando a risultare del tutto inevitabili: se la moglie e il figlio di Paroni (Arianna Pasquali, Lorenzo Torbi) sono emblema di un’assuefazione silente nei confronti di quel parente senza scrupoli; di controparte la sorella di Luca (Eleonora Iacoboni) si fa mirabile caratterizzazione di un personaggio parimenti fiero e struggente.

Una vicenda che si interroga sull’umanità stessa, che riflette sul disumano, che viene brillantemente interpretata da dieci giovani attori non concentrati sulla perfezione fonico-gestuale ma sulla resa di un’energia che nasce dall’immedesimazione corale nella situazione e nel personaggio, che si addentra nel sotto-testo ovvero in quelle motivazioni interiori che consentivano di esprimere controscene spontanee e credibili.

Un ultimo gioco registico chiude il sipario, quello di un fermo immagine che cristallizza la scena sospendendola in un “limbo cronotopico” che esteriorizza le tensioni e fino all’ultimo amplifica la suspence.

Giorgia Leuratti

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