BRAVECronaca

L’obiezione di coscienza è contro la vita

Purtroppo, subire violenza psicologica e fisica, non è un raro per una donna che abortisce. L’obiezione di coscienza, per i propri principi ideologici, spesso rischia di danneggiare gravamente le malcapitate. Tutto questo sembra un paradosso della medicina: è possibile ferire deliberatamente un paziente in questo modo? Noi BRAVE abbiamo cercato una risposta a queste domande

Testimonianze agghiaccianti

Negli ultimi giorni, Espresso ha creato un nuovo spazio di condivisione, attraverso l’hashtag #innomeditutte, dove si raccontano casi di violenza ambulatoriale riguardanti l’aborto. A subire tutto questo sono persino le donne che interrempono la gravidanza per salvare effettivamente la vita a se stesse o al/alla nascituro/a.

È il caso di N. Da Napoli, che prende la decisione di non mettere al mondo una bambina che rischierebbe di non sopravvivere una volta nata. Nonostante la decisione molto sofferta, viene comunque sottoposta al lavaggio del cervello di rito, una vera e propria tortura psicologica. Quando la bambina nasce, viene lasciata sola, senza anestetista e o assistenza, in quanto obiettrici di coscienza. È lei stessa a dover chiamare il proprio medico, ed è lui il primo ad accorgersi che la donna stava per morire dissanguata, nell’indifferenza generale.

L’obiezione di coscienza non è una scusa per lasciar morire una donna

In Italia, la legge 194, prevede sia il diritto all’obiezione di coscienza, sia il diritto all’aborto. D’altra parte, obbliga comunque il personale sanitario a intervenire se la vita della donna è in pericolo. Dunque, mancanze come quella che abbiamo raccontato, non sono accettate nemmeno dalle legge, anche se ci si dichiara obiettori.

Il problema è che il percorso formativo per i medici, spesso non è affatto laico.  chi sceglie, ad esempio,  di studiare in luoghi come il Campus Biomedico di Roma, non riceverà alcuna nozione su IVG e diagnostica prenatale. L’articolo 10 della Carta delle finalità del Campus Biomedico di Roma recita infatti così:

 «Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università …. considerano l’aborto procurato e la cosiddetta eutanasia come crimini in base alla legge naturale; per tale motivo si avvarranno del diritto di obiezione di coscienza previsto dall’art. 9 della legge 22 maggio n. 194. Si ritiene inoltre inaccettabile l’uso della diagnostica prenatale con fini di interruzione della gravidanza ed ogni pratica, ricerca o sperimentazione che implichi la produzione, manipolazione o distruzione di embrioni»

Questa “coscienza” collettiva, imposta a partire dalla formazione, genera delle enormi falle nella formazione dei futuri medici, che andranno a danneggiare le pazienti stesse. La domanda che sorge spontanea è: chi fa queste scelte, è a favore della vita, o vuole solo approfittare della posizione di potere per sfogare i propri istinti sadici?

La speranza è ovviamente quella di trasformare gli obiettori di coscienza di ottimi commercialisti (giusto perchè non vogliamo essere crudeli) e lasciare che a occuparsi di gravidanza e sessualità siano persone che hanno davvero a cuore la salute delle donne.

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