Editoriale

Lol – Chi ride è fuori: l’autenticità delle cose semplici

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Non c’è nulla da capire: Lol – Chi ride è fuori fa soltanto ridere. E la novità forse è proprio questa, per una volta non c’è nulla da interpretare e contestualizzare. Fa ridere, e basta. Ci aspettavamo una morale da esperimento sociale? Spiacenti, ci hanno dato esattamente quello di cui avevamo bisogno: una cosa semplice. Ci hanno insegnato ad aspettarci sempre di più, e invece questa volta è proprio quello che vediamo: soltanto un gioco. Eppure, la morale arriva lo stesso, ma implicitamente, come lettura introspettiva a una consapevolezza amara. Siamo abituati alla complessità, anche la comicità è impegnativa, ma siamo così stanchi che l’unica cosa che può funzionare è una risata demenziale. 

Nasce come “game show”, ma Lol – Chi ride è fuori è diventato in fretta un tormentone. È il nuovo show di Amazon Prime Video che ha dato da fare sicuramente a tutte le pagine di Meme sui social. Un comedy basato sulla (non) risata: niente di più e niente di meno del gioco che abbiamo fatto un po’ tutti faccia a faccia con i nostri amici almeno una volta nella vita. Chi ride per primo perde. Però moltiplicate la dinamica per un gruppo di comici di professione, tutti chiusi nella stessa stanza. 

Il fenomeno Lol – Chi ride è fuori

Condotto da Fedez e Mara Maionchi, in un salone grande (ma pur sempre piccolo per resistere al fascino comico di Elio) riunite Angelo Pintus, Frank Matano, Katia Follesa, Ciro e Fru dei The Jackal, Michela Giraud, Luca Ravenna, Elio, Caterina Guzzanti e Lillo. La selezione naturale di chi si trattiene meno li porta a una finale a tre. E un solo vincitore. In Lol – Chi ride è fuori la regola è una sola: non ridere. Chi ride è fuori dal gioco. È paradossale come uno dei prodotti meno pretenziosi sia a tutti gli effetti il più innovativo. Il risultato è proprio quello che andrebbe evitato: una risata, ma vera. È un’intuizione così semplice da essere ritenuta quasi banale, ma è questo a dirla tutta sui nostri bisogni. Più i comici si trattenevano, più a casa la risata si faceva fragorosa.

Ma l’effetto del gioco non era affatto nella dinamica comica. Il gioco funzionava quando i comici smettevano di fare i comici. Più dei siparietti, era l’empatia a rendere l’effetto virale. A conti fatti sembravano funzionare più gli espedienti improvvisati per sfuggire alla risata che la scena pronta e preparata. Come se cadesse la quarta parete, senza guardarci in faccia, il loro show era il nostro gioco. Ci ha fatto più ridere quando Lillo ha sorriso della sua stessa battuta che il monologo sul palchetto di Luca Ravenna. Più Elio che camminava (semplicemente) che il “Mignottone pazzo” di Michela Giraud. Questo perché la semplice reazione svelava un’empatia che rendeva reale la scena. Le gag geniali e distintive di tutti i comici erano un collante, ma era la difficoltà reale alla non-risata a farcela fare sotto dalle risate. 

Svincolati dalla struttura comica, il gioco funzionava perché la risata rischiava di essere incontrollata. E la scena di 10 simpaticoni intorno a un tavolo non poteva che evocare le serate vecchio stile ormai (prima dei lockdown) con i nostri stessi amici. In qualche modo Lol-Chi ride è fuornon ha fatto che trasmettere su schermo la semplicità di situazioni di compagnia che abbiamo vissuto tutti. E via di nostalgia. Non c’è nessun intento satirico né morale, in Lol i 10 comici hanno semplicemente fatto quello che noi ora non possiamo. Ma che, come ormai più di un anno fa, facevamo abitualmente. E funzionava allo stesso modo. Così Lol-Chi ride è fuori funziona alla perfezione perché è proprio la purezza di quell’immediatezza, della semplicità, a renderci parte del gioco stesso. 

La leggerezza di non pretendere niente

È un prodotto televisivo che non deve far riflettere, non deve mettere d’accordo, non ha pretese. Ed è su questa base che riesce a convincere tutti. Persino la comicità è capace di dividere i pareri, ma quello a cui assistiamo non è la comicità: è la semplicità. È il gioco corale che rimette in scena l’idea – a tratti malinconica – della compagnia. È la leggerezza di non pretendere niente. La spensieratezza di non dover comprendere altro. In un momento in cui la retorica altisonante ci pone sempre nel ruolo di interlocutore, con la responsabilità di aggiornarci, il senso di dovere di dire la nostra.

Siamo stanchi di leggere, anche di vedere bei film, nauseati dalle serie tv. Ma siamo ancora più stanchi di doverci pensare, a uno per uno persino i prodotti di intrattenimento che ci propongono. Lasciateci così, con la bacchetta verde di Frank Matano in TV. Che ci fa così ridere che non ci siamo neanche accorti che è tutto finto. Però mi viene da ridere, anche adesso. Da ridere, e basta. 

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