Musica

Lou Reed: always on the wild side

Lewis “Lou” Allen Reed nasce a Brooklyn il 2 marzo 1942. Nipote di ebrei russi fuggiti dall’Europa antisemita, cresce a Freeport, Long Island.

Timido e insicuro, fatica ad inserirsi nei contesti scolastici e lo studio non va  certo meglio, soprattutto per colpa di un problema di dislessia che ai tempi non viene in alcun modo affrontato. Come spesso accade, trova una preziosa valvola di sfogo nella musica.

Lou Reed: la formazione

Inizia appena diciottenne nel trio i doo-woop Jades, dove si occupa dell’accompagnamento con la chitarra e dei cori. La partecipazione ad un contest locale con gli Jades gli da il primo momento di relativa notorietà: la vittoria al talent permette al gruppo di incidere un singolo che, con la collaborazione del celebre King Curtis al sax, viene anche trasmesso radiofonicamente. Nel mentre si è iscritto al college, benché poco interessato nei confronti dell’istruzione convenzionale. E’ decisamente più interessato al clima di fervore culturale che si respira al di fuori delle classi e alla sperimentazione con le droghe. Provocatorio e anticonvenzionale, si innamora dei poeti maledetti e del decadentismo.

Dopo un pesante crollo psico-fisico che porta alla luce tutta la sua carica depressiva, Lou si rifugia a casa dei genitori, da cui non esce per settimane. L’elettroshock è una pratica ancora diffusa e di cui nessuno mette in dubbio l’utilità terapeutica, e a Lou ne vengono somministrare più sessioni. Lui sosterrà sempre che i suoi genitori gli imposero l’elettroshock nel tentativo di correggerne le pulsioni omosessuali, accusa da loro sempre respinta. Di ritorno alla Siracuse University, continuano i guai: studia cinema, giornalismo e punta una pistola scarica alla testa di un professore. Arriva d un passo dall’espulsione.

Lou Reed: il trasferimento a New York e l’incontro con John Cale

Inizia così a dedicarsi con sempre maggior impegno alla sua reale vocazione: la musica. Conduce un programma radio notturno presso l’emittente del campus della Syracuse. La proposta verte sempre intorno alla traduzione americana di jazz, doo-woop e blues. E’ sempre tra i viali del campus che stringe amicizia con il poeta Delmore Schwartz, con cui manterrà stretti rapporti per l’intera vita. Nel 1964 trova lavoro presso l’etichetta Pickwick Records e si trasferisce a New York. E’ in questi ambienti che approfondisce ulteriormente i rapporti con la scena musicale e conosce John Cale. Polistrumentista di origine gallese, è ossessionato tanto dal rock’n’ roll quanto dalla musica d’avanguardia e sperimentale, capace di sparigliare le carte rispetto agli stilemi classici della composizione e dell’esecuzione.

Io due si trovano a meraviglia e immediatamente decidono di fondare un gruppo capace di sintetizzare le reciproche polarità. Il nome arriva dal titolo di un libro giallo che Lou Reed trova casualmente in un bidone dell’immondizia: Velvet Underground. Il Greenwich Village della seconda metà degli anni 60 è un pentolone ribollente di idee, azzardi, creatività anticonvenzionale: un habitat semplicemente ideale per la nuova band. Andy Wharol annusa immediatamente il potenziale della band e decide di farne da pigmalione. E’ lui che nel 1967 finanzia la produzione del loro primo LP, “The Velvet Underground & Nico” dove la band collabora con la modella e performer tedesca Nico, che presta la sua voce a diversi pezzi come da idea di Warhol, che pensa di controbilancia la crudezza della proposta musicale con la statuaria presenza scenica di Nico.

L’amaro presente delle avanguardie

Il ritorno economico della loro prima uscita discografica è risibile, ma l’impatto sulla scena leggendario. I testi di Lou Reed sono incubi fatti di declinazioni urbane dei temi fondanti della tradizione maledetta. Tossicodipendenza, sadomasochismo, dinamiche da bassifondi della civiltà che, incoronate da una struttura musicale che violenta la tradizione con le spinte sperimentali di Cale, danno voce a un mondo di sotto, personale e collettivo, che nessuna aveva ancora avuto il coraggio di raccontare con tanto ardire. “White light/White Heat” esce l’anno dopo. Senza la supervisione di Warhol, il disco estremizza ulteriormente i propri eccessi e, di fatto, segue la falsariga del suo predecessore. Artisticamente preziosissimo, ma fallimentare a livello commerciale.

Una frustrazione che acuisce le idiosincrasie tra Reed e Cale, che abbandona il gruppo. “Velvet Underground” del 1969 e “Loaded” dell’anno successivo, se da una parte impongono tutto il peso creativo sulle spalle di Reed, dall’altra di fatto divorano la band dall’interno, che implode senza alcuna speranza. Nonostante il totale fallimento commerciale e la seguente, profonda fase di crisi, con i Velvet Underground Lou Reed ha tirato una netta linea di demarcazione sulla sabbia e non ha problemi ad avviare una carriera solista. Ma la canzone sembra sempre uguale. “Lou Reed” viene inciso a Londra, dove il lavoro del musicista è decisamente più apprezzato. E’ un disco eccezionale, dove Reed recupera alcune tracce scartate da “Loaded”, ma vende molto poco.

Il Duca Bianco

Poi arriva David Bowie. La RCA, etichetta di entrambi, intuisce quanto i due assieme possano fare scintille. La superstar e il pària talentuoso e frustrato. Nel trattamento glam della coppia Bowie/Ronson la poetica musicale e letteraria di Reed trova la mediazione definitiva. “Transformer” è un disco meraviglioso, che sgrezza le componenti più ruvide della musicalità di Reed mantenendone la fondativa oscurità. Il disco decolla in classifica e proietta Reed nella ristretta cerchia dei grandissimi. Non che, tolto il riconoscimento collettivo e una definitiva tranquillità economica, le muse funebri di Lou tacciano. “Berlin”, del 1973, è quanto di più oscuro e catacombale Reed abbia mai inciso. Costruito come concept album intorno alla vita di una coppia di tossicodipendenti berlinesi, è la definitiva rivendicazione del Reed-artista su tutto il resto. Prevedibile flop commerciale, bisognerà aspettare la sua storicizzazione perché ne vengano riconosciuto gli indiscutibili meriti.

Sistemerà i conti in banca con il successivo e vendibilissimo “Sally can’t dance” del 1974 giusto per conquistare abbastanza libertà per alzare ancora una volta l’asticella. “Metal Music Machine” è un album doppio fatto di noise, feedback, riverberi e cacofonie varie, capace di disgustare allo stesso tempo pubblico e critica. Di nuovo, si rivelerà uno step fondamentale per l’evoluzione del noise e dell’industrial. In un certo senso l’orgia a-armonica di “Metal Music Machine” placa la sede di sperimentazione pura di Reed, che negli anni successivi prosegue nella sua interpretazione della tradizione americana (“Coney Island Baby” 1975) e talentuose strizzatine d’occhio (“Rock ‘n’ roll heart 1976; “Street Hassle” 1978). Gli anni ottanta si rivelano un periodo di transizione, chiusosi idealmente con la morte di Andy Warhol nel 1990. Per l’occasione Lou Reed si ricongiunge temporaneamente con John Cale per un tributo al padre della pop art.

Il nuovo millennio

Dedica l’intero decennio, oltre a ingrassare la propria produzione musicale, a collaborare con progetti teatrali, cinematografici e di intrattenimento. Il nuovo millennio vedrà la definitiva consacrazione dei suoi lavori più discussi, tanto che lo stesso “Metal Music Machine” vivrà una seconda vita e portato di tour da una band appositamente creata. Collabora con i Gorillaz e con i Metallica, per un ambizioso riadattamento per musica e spoken words dell’opera “Lulu plays” del drammaturgo tedesco Frank Wedekind. Lou Reed, dopo decenni di lotta contro abusi di ogni genere, epatiti e un cancro al fegato, muore nella sua casa di East Hampton il 27 ottobre 2013.

Andrea Avvenengo

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