C’è un fascino particolare e misterioso nel cinema sci-fi. Sarà perché il fascino è insito nell’universo stesso, sarà perché non conosciamo (e non conosceremo) tutti i segreti che contiene o sarà per la suggestione dell’ignoto. Sta di fatto che l’esplorazione spaziale e l’universo hanno attraversato tutta la storia del cinema. Da Le Voyage dans la Lune di Méliès, passando per 2001 – Odissea nello spazio di Kubrick, per Star Wars di George Lucas, Solaris di Tarkovskij fino a Interstellar di Nolan, lo spazio profondo e l’ignoto universale sono sempre stati una costante in ogni decennio, nessuno escluso. E L’ultima missione: Project Hail Mary è esattamente il tassello che si aggiunge in questo mosaico caleidoscopico fatto di silenzi e assenza di ossigeno. È esattamente il nuovo punto d’arrivo di una forma cinematografica che ha fatto della meraviglia negli occhi dello spettatore il biglietto da visita con cui presentarsi, seguita dalla capacità di esplorare – questa volta in senso lato – aspetti dell’animo umano forse impossibili da esprimere con i piedi ben ancorati a terra.
E se science fiction ed esistenzialismo viaggiano di pari passo lungo tutto il filo conduttore novecentesco, anche Project Hail Mary non fa eccezione. Nel film si ride, si ragiona, si discute su ciò che potrebbe accadere e su ciò che si nasconde all’ombra dell’universo. Il sole sta morendo e una misteriosa forma di vita microscopica lo sta consumando insieme a milioni di stelle. Solo una sopravvive, ed è compito di un meraviglioso Ryan Gosling nei panni di Ryland, insegnante di fisica delle medie con un dottorato in biologia molecolare scoprire il perché e inviare i dati alla terra con un viaggio di sola andata. E tra i toni scanzonati e da comedy che Project Hail Mary imbocca, c’è spazio per tante riflessioni psicologiche e filosofiche: qual è il rapporto tra noi e il nostro pianeta? Stiamo veramente facendo tutto il possibile per salvarlo e per salvarci? E si ragiona sul rapporto con l’altro, con il diverso, con ciò che non si conosce: uno dei tropos più famosi e usati nel cinema fantascientifico. Detta così Project Hail Mary può sembrare un’accozzaglia di tante e troppe cose, messe alla rinfusa. Ma non è così, anzi, è ciò che riesce meglio ad un film meraviglioso: abbracciare tutto e tutti.
Project Hail Mary: adattamento

Adattamento di Drew Godard dell’omonimo libro di Andy Weir (scrittore di The Martian, libro adattato sempre dallo stesso Godard in una pellicola diretta da Ridley Scott con Matt Damon), il film riesce nell’ardua impresa di incontrare, appunto, tutti i tipi di pubblico. Tutti possono trovarci qualcosa dentro: è un film che fa ridere, visto il suo umorismo tipico del cinema del due registico firmato Phil Lord e Christopher Miller (registi già di The LEGO Movie e sceneggiatori dei due Spider-Man animati), così come è un film dalla straordinaria capacità di mettere l’umorismo al servizio delle domande ontologiche che ci accompagnano da tutta l’esistenza. E allora il pubblico si amplifica: perfetto per i bambini, così come per gli adulti. Adatto agli appassionati di fantascienza, così come ai più ferrei sostenitori della aderenza alla realtà. E, oltre che un’impresa difficile, è anche rischiosissima. La difficoltà sta nel saper bilanciare l’insieme, dosare gli ingredienti in una ricetta a cui basta poco per venire fuori insapore o esageratamente saporita. Ma la grandezza sta proprio qui, nel saper aggiustare il tiro quando serve e tirare la corda quando necessario.
E allora è lì che la storia di un insegnante delle scuole medie assume un sapore perfetto e coerente e si trasforma in un buddy movie come non se ne vedevano da parecchio tempo. Il rapporto che si viene a creare tra Ryland e l’alieno Rocky ha la chimica giusta grazie al lavoro straordinario sia di Ryan Gosling che di Drew Godard. Le loro esistenze si incrociano e viviamo il dolore, la consapevolezza della morte imminente e sentiamo noi stessi le gioie e i loro dolori attraverso la commedia. Ed è quindi questo il leitmotiv che accompagna le due ore e mezza di film: la commedia che spezza, costantemente, le catene dell’ineluttabilità della fine senza mai annientare il pesante fardello della responsabilità esistenziale. Un sottile gioco di fino e di taglia e cuci che amalgama un progetto tanto umanista quanto sprezzante e irriverente. Tutto merito della sapiente penna di Weir prima e di Godard poi, meritevole di non aver spezzato il ritmo ironico e travolgente del libro se non, addirittura, di averlo elevato. In un olimpo di nichilismo e pessimismo cosmico che aleggia intorno alle ultime produzioni di stampo fantascientifico, Project Hail Mary è il faro dei buoni sentimenti, la navicella spaziale che attraversa il buco nero del solipsismo.
Verosimiglianza
Project Hail Mary si fa carico del peso di raccontare una storia di collaborazione, di aiuto reciproco e di cooperazione in un mondo sempre più diviso. Non è più la ricerca solitaria o solista del nuovo e dell’altro da sé, ma è la volontà quasi illuminista di immolarsi per salvare chi è rimasto indietro. Ed esteticamente il film segue proprio questa narrativa: l’estetica tattile e, appunto, illuminata, si fa riflesso di una mentalità votata all’allungare la mano. E se il rapporto tra l’alieno Rocky e Ryland ci sembra così vero, è perché prima di tutto ci sembra reale e verosimile. Ryland rappresenta un po’ tutti noi (anche se non abbiamo un dottorato in biologia molecolare): dei semplici umani inviati nello spazio a undici anni luce dalla terra. Il suo modo di reagire e di vivere questa verità sono esattamente il modo in cui reagiremmo tutti noi: panico seguito da consapevolezza, accettazione e meraviglia. Perché Ryland ha ancora la capacità di meravigliarsi di ciò che lo circonda come noi ci meravigliamo delle immagini di Greig Fraser, forse il più grande direttore della fotografia vivente. È un fil rouge che parte da lontano quello della voglia di scoprire l’ignoto, forse anche più lontano di quanto pensiamo. Quello sguardo sognante di un bambino che ha tutto il mondo alla sua portata e un futuro da svelare. Quello sguardo che il cinema riesce sempre a donarci. “Just stop your crying/Have the time of your life/Breaking through the atmosphere/And things are pretty good from here” canta Harry Styles e il personaggio di una meravigliosa Sandra Huller: ed è ironico aver messo queste parole in bocca a chi sulla terra ci rimane. Ma, proprio come dice la canzone “Remember everything will be alright/We can meet again somewhere/Somewhere far away from here“.
Alessandro Libianchi





