Un racconto della manifestazione dell’ 8 Marzo a Roma, dove l’intersezione delle lotte ha rinvigorito il movimento transfemminista.
Il claim era: “sotto sopra: sovvertiamo l’ordine” e così è stato. Secondo le fonti vicine ai collettivi (come DinamoPress e GlobalProject), la partecipazione all’8 Marzo quest’anno ha superato ogni aspettativa, con oltre 100.000 persone in piazza. La parte più interessante di questo dato però riguarda la convergenza di lotte.
Le transfemministe hanno a cuore la giustizia e le restrizioni del governo in campo di sicurezza
Le fonti di movimento hanno sottolineato la critica feroce alle politiche governative sulla sicurezza. Mentre il Ministero dell’Interno parlava di “inasprimento delle pene”, dal megafono del furgone di Non Una Di Meno la risposta era unanime: “La vostra protezione è la nostra prigione”. Per noi trans-femministe, il focus va spostato dalla punizione alla prevenzione: finanziamento ai centri antiviolenza, educazione affettiva nelle scuole (quella vera, non quella “moralizzatrice”) e reddito di autodeterminazione.
Le transfemministe hanno a cuore il precariato, collante della rabbia delle nuove generazioni
I canali social dei collettivi studenteschi hanno anche mostrato un blocco compatto di millennial e Gen Z. Il tema del lavoro è stato centrale: in un’Italia dove il gender pay gap è ancora una realtà strutturale e il precariato ha il volto giovane e femminile, la piazza di Roma ha rivendicato il diritto a una vita dignitosa.
Essendo a pochi giorni dal voto referendario, la manifestazione è diventata anche il termometro del dissenso. Molte attiviste hanno collegato la battaglia per l’autodeterminazione (aborto, diritti LGBTQIA+) alla difesa della Costituzione. Le testate d’area hanno evidenziato come il NO al referendum della settimana precedente avesse dato una nuova energia alla piazza: non più solo difesa, ma contrattacco.
Le transfemministe hanno a cuore l’internazionalismo, la Palestina e non si arrenderanno!
Un tratto distintivo riportato dai media indipendenti è stato il fortissimo carattere internazionalista. La “marea” romana non ha dimenticato le donne di Gaza, dell’Iran e dell’Afghanistan. Il femminismo di quest’anno è stato marcatamente intersezionale: non si può essere libere se altre sorelle sono sotto occupazione o regimi teocratici. Le bandiere e i kefiah intrecciati ai fumogeni viola hanno segnato visivamente questa connessione.
Quindi, perché questa piazza è stata diversa? A differenza delle cronache dei media mainstream, che si sono concentrate sul “traffico in tilt” o sui soliti pochi episodi di tensione, la stampa di sinistra ha celebrato una crescente gioia militante. Più che mai, è stata una piazza che ha saputo mescolare la rabbia per i femminicidi (una striscia rossa infinita con i nomi delle vittime apriva il corteo) con la voglia di inventare un mondo nuovo.
Le donne, i giovani e il precariato romano hanno mandato un messaggio cifrato ma chiarissimo a via della Scrofa: siamo la maggioranza del Paese, siamo sveglie e non abbiamo intenzione di tornare a casa.
Maria Paola Pizzonia





