Tra slogan sul ceto medio e silenzi sulle vere disuguaglianze, il dibattito sulla manovra di bilancio 2025 ci parla della crisi del linguaggio politico, senza una visione economica condivisa.
La discussione sulla legge di bilancio è diventata, come ogni autunno, un gioco di messaggi e slogan, prima ancora che di cifre. Da settimane, governo e opposizioni si rinfacciano la responsabilità di “dimenticare” qualcuno: i lavoratori, i precari, le imprese, i giovani. Ma sotto la superficie dello scontro, si gioca un’altra partita, quella della narrazione pubblica, dove ogni dichiarazione è una mossa nel gioco dell’agenda setting.
Nel racconto del ministro Giancarlo Giorgetti, la manovra non premia “i ricchi” ma “chi guadagna cifre ragionevoli”: una categoria ambigua il cui scopo è forse ridefinire i confini morali della classe media? Insomma, ci si potrebbe vedere una strategia comunicativa precisa: trasformare un intervento fiscale in un atto di “buon senso” contro le accuse di privilegiare i redditi medio-alti. L’opposizione risponde con un frame speculare: Elly Schlein parla di “redistribuzione del potere e del tempo”, Giuseppe Conte accusa il governo di “mettere i penultimi contro gli ultimi”.
In questo agenda setting game permanente, i media fungono da moltiplicatori di frame più che da arbitri dei fatti: le parole di Giorgetti o Schlein non restano enunciati, ma diventano titoli, tweet, immagini, frammenti di senso che alimentano la percezione di uno scontro tra “popolo” e “élite”.
Patrimoniale, salario minimo e la linea rossa della disuguaglianza
Quando il governo taglia l’Irpef di due punti percentuali sul secondo scaglione, promette un “sollievo” al ceto medio. Ma secondo Istat e Ufficio parlamentare di bilancio, oltre l’85% dei benefici andrà ai due quinti più ricchi. È qui che riemerge, ciclicamente, il fantasma della patrimoniale: misura di equità per alcuni, minaccia ideologica per altri.
La premier Meloni la liquida come “ossessione della sinistra”, mentre le opposizioni non trovano una posizione unitaria. Conte la rinvia, Bonelli la rivendica, Schlein la collega al tema del salario minimo. Tutti, in modi diversi, girano attorno alla stessa faglia: quella tra chi accumula e chi sopravvive.
La sinistra tenta di riportare il discorso sulla redistribuzione, ma lo scontro resta bloccato nella logica dell’emergenza: bonus, tagli temporanei, micro-sgravi. Il linguaggio stesso della politica si è fatto difensivo, come se nominare la disuguaglianza fosse già un rischio di impopolarità. Eppure, dietro le cifre, la manovra disegna la gerarchia di un Paese dove la ricchezza continua a concentrarsi in alto, mentre la povertà cambia forma ma non direzione.
Oltre la manovra di bilancio 2025, una questione semantica
La legge di bilancio non è solo un elenco di numeri: è una mappa di priorità sociali. Ogni emendamento racconta chi ha voce e chi ne resta escluso. E se il dibattito sulla patrimoniale o sul salario minimo torna ciclicamente per poi scomparire, forse è perché nel lessico politico italiano la parola “redistribuzione” non fa più parte del vocabolario del possibile.
La questione, allora, non è solo economica: è semantica. Chi decide quali temi restano in agenda (e quali vengono rimossi) decide anche i confini del pensabile.
Maria Paola Pizzonia





