Cultura

Maria Antonietta, 11 maggio la data romana al Monk Live Club [annuncio evento]

Chi avesse perso la sua esibizione in piazza San Giovanni,
al concerto romano del Primo Maggio, avrà un’ottima occasione per recuperare: già, perché venerdì 11 salirà sul palco del Monk Live Club 
Letizia Cesarini, in arte Maria Antonietta, per presentare in un contesto più intimo e raccolto le canzoni del suo terzo album di studio, “Deluderti”, edito da tempesta Dischi e uscito poco più di un mese fa.

La data capitolina fa parte di un breve giro di esibizioni in assaggio del nuovo lavoro: la cantautrice pesarese sarà il giorno successivo nella sua città natale (presso il Teatro Sperimentale), poi al “Mi Ami” Festival di Milano, quindi all’Eremo Club di Molfetta, il 2 giugno.

Sul palco, Maria Antonietta (voce; chitarra acustica) è accompagnata da un quartetto: chitarra elettrica, basso, batteria e tastiere. Il genere proposto è un indie pop delicato, orecchiabile, melodico, produzione curata e suoni che rimandano a tratti l’orizzonte leggero, suggestivo/melanconico di un altro cantautore, Giovanni Imparato, alias Colombre, che non a caso di Letizia è compagno di lavoro e di vita.

La voce, con la sua timbrica peculiare (acuta; ora ammiccante, ora spavalda, sempre agrodolce nell’interpretazione dei testi) poggia su di un letto morbido di chitarre acustiche ed elettriche prive di effetti ingombranti o assoli inutili, che assieme alle svisate d’organo e al piano elettrico donano aria e leggerezza a temi, viceversa, di ben altro peso specifico.

Un album che arriva dopo quattro anni di silenzio e che, va detto subito, sentiamo di definire come il migliore, più maturo e più interessante realizzato finora. Sorta di punto d’arrivo e di nuovi equilibri per la trentenne marchigiana, intima confessione che dagli istinti quasi ‘punk’ degli esordi giunge con questi nove brani a una consapevolezza inedita, a riflessioni che pur non prescindendo da strati di inquietudine e fragilità, trovano una sorta di tregua nell’accettazione di sé stessi e delle proprie “imperfezioni”, e soprattutto nella libertà da pretese e aspettative, là dove “permettersi di deludere” diventa “un atto di coraggio, un atto di fiducia per arrivare al quale si lavora una vita intera”.

Il nuovo album che, come lei stessa ha avuto modo di raccontare alla stampa, è stato “scritto nella campagna di Senigallia, nella mia casa circondata dai meli, dagli olivi, dai cipressi, dalle siepi di salvia, dal gelsomino e dalle api. Uno spazio sicuro, quasi immune dal concetto di aspettativa e delusione, una specie di spazio astratto dalle contingenze. Sono stati anni densi di letture e scatoloni di libri che arrivavano a giorni alterni… i libri per la mia tesi di laurea, i saggi di storia medievale, i libri di poesia soprattutto. Cristina Campo, Fernanda Romagnoli, Emily Dickinson, Sylvia Plath…come sorelle maggiori e quasi unica compagnia nella scrittura, un percorso tortuoso e luminoso a tratti”.

Solo così, lontana mille miglia dalle chimere “social”, dalla dittatura frettolosa della presenza a tutti costi, dal flusso continuo di immagini/parole come unica testimonianza possibile di una presunta buona salute artistica/creativa, Maria Antonietta ha ritrovato lo spazio, la pace necessari al suo percorso. Un disco-parto che possiede anche una certa spiritualità e vastità quasi sacrale, se osservato da alcune angolazioni.

Offrendo un mazzo di fiori secchi ai suoi ascoltatori, come fa nell’immagine di copertina del disco, l’autrice coi suoi capelli rossi e la divisa da scolaretta pare quasi servire le proprie zone d’ombra senza altri filtri, preferendo parlare schiettamente e “a sproposito” piuttosto che restare zitta alimentando aspettative, pretese, conformismi, fraintesi, confronti o linee di contorno. Confini utili solo in quanto superabili.

Un disco da ascoltare tutto d’un fiato, ma più volte, per essere apprezzato fino in fondo.
Da “Deluderti” a “Pesci”, passando per “Cara Ombra”, i pezzi forti non mancano. Ma è tutto il lavoro a respirare e a parlarci allo specchio come un flusso di coscienza sul ‘prezzo del non adattamento’, e come tale andrebbe fruito.

Ariel Bertoldo

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