Ieri, 8 aprile, è uscito in tutte le librerie Fahrenheit-182, libro autobiografico realizzato dal cantante e bassista Mark Hoppus in collaborazione con il giornalista Dan Ozzi. Il volume ripercorre i momenti salienti della sua carriera, in particolare gli anni nei Blink-182, e affronta il periodo buio seguito alla rottura della band pop-punk californiana.

Dopo dieci anni di attività e all’apice del successo, ottenuto specialmente grazie all’album Enema of the State, il cantante e chitarrista Tom DeLonge abbandonò il gruppo per dedicarsi ad altri progetti musicali. Lo scioglimento improvviso fu un duro colpo per Hoppus. «Quando la band è andata in pezzi, è come se avessi perso tutto», si legge nel testo, «Non avevo più una direzione, avevo perso fiducia in me stesso e non sapevo più chi fossi. Mi capitava di sentire una nostra canzone in un negozio e dovevo uscire di corsa».

Mark Hoppus racconta il suo periodo buio

Mark Hoppus
I Blink-182

La rottura dei Blink-182 ha segnato, per il musicista, l’inizio di una spirale autodistruttiva, dalla quale non sembrava riuscire a uscire. «Stavo toccando il fondo», racconta nell’autobiografia, «Mi sono reso conto di quanto stessi male quando l’idea di farla finita iniziava a sembrarmi rassicurante. Pensavo: “Se le cose peggiorano troppo, posso sempre farla finita”».

Questo tipo di pensieri, per fortuna, lo hanno scosso, spingendolo a chiedere aiuto, andando in terapia da uno psichiatra e assumendo dei farmaci per contrastare la depressione. «Mi hanno dato un po’ di respiro», afferma, «e lo spazio mentale per dire a me stesso: “Mark, smettila di fare lo stronzo”».

Federica Checchia

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