Cronaca

Massimo Bossetti rimane in cella: confermato in appello l’ergastolo

I giudici di secondo grado hanno ribadito quanto affermato in primo grado, rifacendosi in toto alla sentenza appellata dai legali di Massimo Bossetti. “Questa sera abbiamo assistito alla sconfitta della giustizia” afferma la difesa

Massimo Bossetti rimane in carcere, forse per sempre. Lo ha detto la Corte d’Assise di Appello di Brescia che, dopo ben 15 ore di camera di consiglio, ha deciso di confermare la sentenza di primo grado.
Per Massimo Bossetti, accusato di aver ucciso e occultato il cadavere dell’allora tredicenne Yara Gambirasio, è stato rinnovato l’ergastolo, rifacendosi i giudici completamente alla sentenza della Corte di Assise, giudicata “ben fatta“. Il capo “di imputazione – ha affermato il pg Marco Martani nella sua arringa – è sufficientemente dettagliato, la ricostruzione della responsabilità di Bossetti è ineccepibile, completa e logica“.

Giustizia è stata fatta” ha esclamato l’avvocato di parte civile Enrico Pelillo.

Non ci sta invece Massimo Bossetti che per voce dei suoi legali annuncia la volontà di andare avanti, proponendo ricorso in Cassazione. Già durante la fase delle dichiarazioni spontanee, che hanno preceduto la camera di consiglio, Bossetti aveva affermato che la sua condanna è il “più grande errore giudiziario di tutta la storia“, rafforzandone il contenuto all’esito della pronuncia della sentenza quando, in lacrime, girato verso il pubblico, ha urlato: “Io non sono un assassino, mettetevelo in testa“.

La difesa di Massimo Bossetti contesta apertamente le prove considerate attendibili dall’accusa, e afferma che il corpo di Yara, sulla base di una foto satellitare, non si trovava nel campo del ritrovamento un mese e due giorni prima di questo: “L’immagine – sostiene la difesa – mostra l’esatto punto del ritrovamento del corpo della vittima che, tuttavia, parrebbe non essere identificabile“. Le foto portate in aula non sarebbero in grado di provare alcunchè in quanto è normale che da una foto satellitare non sia identificabile un cadavere, controbatte l’accusa.
Ancor più incriminata è la prova del DNA che la difesa ritiene non in grado di incastrare con sicurezza Massimo Bossetti; le tracce lasciate sugli slip della ragazza non sarebbero le sue. “Ma si può condannare un uomo sulla base di queste incertezze? Perchè su 101 ‘amplificazioni (prove di Dna ndr.) 71 sono riconducibili a lui? Cosa che comunque non è vera. Si può condannare un uomo con queste incertezze sul Dna mitocondriale? Ritengo che si possa arrivare a una condanna solo dopo aver tentato in tutto e per tutto di toglierci questi dubbi” – hanno cotestato i legali di Massimo Bossetti – “Il punto è che quel Dna ha talmente tante criticità, che sono più i difetti che i marcatori“.
Anche questa contestazione non convince i giudici che rimangono invece certi che il DNA ritrovato e analizzato sia proprio quello di Massimo Bossetti: “La tipicizzazione del Dna, prima attribuita a Ignoto 1 – ha sottolineato il pg – e poi a Bossetti, è stata fatta correttamente e processualmente utilizzabile. La probabilità scientifica che diventa assoluta certezza” […] “Raramente nella mia carriera ho visto risultati di ottimizzazione statistica così rassicuranti“.

Dobbiamo essere sicuri che è colpevole. Se permangono dei dubbi dovete assolvere. Questo è il nostro ordinamento. […] Questo è lo stato di diritto – ha detto l’avvocato Claudio Salvagni, difensore di Massimo Bossetti- il baluardo che non deve essere sorpassato. Non ci si può accontentare di risposte filosofiche. Qui c’è in ballo la vita di un uomo. Questo non vuol dire dimenticarsi di Yara. Ma al contrarario, significa volere per Yara il vero responsabile di questo omicidio“.

Intanto i legali di Massimo Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, già pensano al ricorso per Cassazione ma, prima, attendono le motivazioni della sentenza di appello: “Questa sera abbiamo assistito alla sconfitta della giustizia” – afferma la difesa di Massimo Bossetti.

Per dare giustizia a Yara Gambirasio, scomparsa e uccisa dopo essere uscita dal  Centro Sportivo di Brembate di Sopra e ritrovata tre mesi dopo in un campo desolato, un altro passo in avanti è stato fatto: si vedrà se verrà confermato dai giudici del Supremo Consesso.

Lorenzo Maria Lucarelli

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