Material Love, il secondo lungometraggio di Celine Song dopo il meraviglioso e struggente esordio Past Lives è, come da titolo, un film subdolo. O almeno, lo è nella prima mezz’ora, la parte decisamente più efficace di pellicola. Perché Material Love è, in tutto e per tutto, una commedia romantica. Una di quelle decisamente classiche, newyorkesi, borghesi e stereotipate. Una classica pellicola di inizi anni Duemila. E non ci sarebbe nulla di male – la romcom di quel tipo è un genere con una sua dignità e identità forte – se non fosse che le premesse messe in gioco da Celine Song nella prima mezz’ora raccontano tutt’altro film. Uno in cui concetti come il capitale, i rapporti umani e amorosi in una società in cui lo status e il guadagno sono vitali e il capitale emozionale e affettivo diventano elementi portanti di una struttura solida e interessante dal punto di vista narrativo e interpretativo. Ma è proprio lì che il film diventa, appunto, subdolo. Trasporta lo spettatore in un vortice fatto di capitalismo e caratteristiche materiali come uniche caratteristiche per la ricerca di qualcuno da avere accanto, per poi virare, senza soluzione di continuità, verso una strada da classicissima rom com.

Un peccato, perché le premesse interessanti erano tutte ben presenti ed evidenti. Nella prima metà di film, prima di un grosso evento che rimescolerà i poteri in gioco nella narrazione, sembra di assistere quasi ad una commedia romantica che potremmo definire Elevated, prendendo in prestito un termine usato e abusato per l’horror moderno. Con Elevated Horror si parla di una forma di cinema dell’orrore “elevata”, in cui il cinema horror acquista una carica molto autoriale e una profondità di temi che, per chi usa questo termine, non si sono mai visti nel genere. È ovviamente una definizione altamente problematica, dato che nella sua storia il cinema horror è un genere affrontato da tantissimi autori ed ha sempre avuto una forte impronta sociale e strutturalmente vicina ai suoi tempi. È un termine che, più che elevare, denigra e fa riferimento ad una certa ricerca di un estetica estrema, figlio di tempi in cui l’apparenza e l’estetismo diventano più importanti della sostanza in una società fondata sull’immagine. Il termine, però, sembra attaccarsi per bene anche a Material Love.

Material Love: l’amore è merce

La mano registica di Celine Song, da questo punto di vista è evidentissima. Pochi movimenti di macchina, composizioni costruite al millimetro ed estetica minimalisti diventano una firma, una forma-cinema che Song ha interiorizzato in solo due pellicole. Ed è una forma di regia cinematografica che funziona perfettamente in Material Love. In una narrazione che si fonda sul capitale e sull’asetticità dei rapporti umani nella società capitalista, una regia asettica e freddissima ci immerge perfettamente nel mondo della “finanza dell’amore” in cui Lucy (Dakota Johnson), una consulente che trova i match perfetti per single newyorkesi, si ritrova invischiata in un classicissimo triangolo amoroso da romcom. Una situazione in cui chi trova l’amore per gli altri non riesce a trovarlo per sé e, quando bussa alla porta, è un amore diviso tra due uomini agli antipodi: l’uomo perfetto da tutti i punti di vista o l’ex squattrinato dal cuore buono. E da questa struttura da commedia romantica che Celine Song gioca con il genere e sviluppa una tematicità molto interessante.

Lucy, per buona metà di film, ripete fino all’inverosimile, quasi allo sfinimento dello spettatore, quanto lo status sociale e la disponibilità economica siano fattori fondamentali nella scelta del partner. Diventa fastidioso a sentirsi ma è esattamente ciò che Song vuole trasmettere. Una visione del mondo e delle relazioni umane tutta fondata sulla mercificazione e sulle forme economiche capitalistiche. In un mondo – e soprattutto in un paese come gli Stati Uniti – in cui il tardo capitalismo è la forma economica che scandisce le nostre esistenze e in cui tutto diventa merce vendibile, anche l’amore è qualcosa che si può inscatolare, mercificare e mettere sul mercato. Un discorso molto interessante che si sviluppa intorno ad una forte critica al consumismo e al capitalismo come condizionamenti distopici delle nostre vite. Non siamo più liberi di poter scegliere perché le condizioni economiche e sociali ce lo impongono, la società ce lo impone e quel velo di maya dell’agiatezza economica capitalista è troppo più forte della libertà di scelta.

Domande giuste

Le persone sono inscatolate, diventano figlie degli algoritmi e delle loro carattestiche vendibili all’altro. Guadagni annuali, casa di proprietà, altezza e apparenza: tutte carattestiche che aumentano l’appetibilità agli occhi di Lucy e della sua agenzia d’incontri, in cui donne e uomini diventano merce da definire e prezzare. Ma questo costante aggrapparsi ai dati, tema che trova la sua fioritura nella prima metà di film, porta inevitabilmente ad un cortocircuito, ad una rivoluzione. Lucy, dopo un trauma sul posto di lavoro, cambia completamente e repentinamente. Troppo repentinamente. Da metà secondo atto in poi, Material Love si trasforma insieme alla sua protagonista. Cambia faccia e quella struttura subdola viene scoperchiata. Il tema del capitale relazionale e sociale viene sostanzialmente abbandonato o almeno messo all’angolo in favore di una struttura decisamente più semplicistica e vicina a quelle delle romcom classiche. Lucy dovrà decidere se abbandonare un rapporto con l’uomo perfetto e dei suoi sogni – anch’essi mediati dagli occhi della società del capitale – oppure andare verso il vero amore con un’ex che fatica ancora a trovare lavoro e arrivare alla fine del mese. Se conoscete un minimo come funzionano le commedie romantiche sapete già la risposta.

È forse in questo finale che Material Love riacquista la sua forza persa per buona parte di film. Una scelta finale, girata con un riferimento diretto all’inizio del film, in cui la scelta non è più dettata dai dati asettici e dalla merce ma dalla testa e, sopratutto, dal cuore. Celine Song ci dice che il divario sociale è la piaga del nostro tempo e che la ricchezza è la droga dei nostri giorni. Tutte le nostre scelte sono fondate sulla ricerca del benessere materiale e l’unico modo per spezzare la catena è fare una scelta radicale, che sia come quella di Lucy o più grande ancora. È altrettante vero, però, che per molte donne, in una società maschilista a livello transnazionale, una visione del mondo del genere è, purtroppo, lontana dalla realtà che molte devono affrontare e di cui tenere conto. Allo stesso tempo è altrettanto vero che la colonizzazione che il capitalismo attua in ogni aspetto della nostra vita è alienante e ci porta anche a dare la colpa al povero per la sua povertà, proprio come nel caso dell’ex di Lucy. Dov’è quindi la verità? Ovviamente dipende dalla sensibilità e dalle visioni politiche ed economiche di ognuno. Da questo punto di vista, quindi, Material Love funziona. Proprio come il cinema e l’arte dovrebbero fare, non da le risposte, ma pone le domande. Ciò che viene da chiedersi, però, è se Material Love pone le domande giuste oppure no.

Alessandro Libianchi

Seguici su Google News