E’ la notte di Halloween del 1963 e un uomo alto, dal volto coperto da una maschera bianca calpesta le foglie del quartiere, avanzando lento tra folle di bambini in maschera. Stiamo parlando di Michael Myers, protagonista della pellicola ‘Halloween – La notte delle streghe’ (1978), diretta dal maestro John Carpenter. Da più di 50 anni la storia di Michael riluce di una macabra bellezza e ci lascia riflettere sulla natura del Male, spesso, dagli ineffabili confini.
John Carpenter e l’idea di Michael Myers: l’inizio di tutto
Come arriva sul tavolo di lavoro la storia di un killer silenzioso che si aggira per le strade dell’Illinois? John Carpenter ha raccontato in un’ intervista per il documentario A cut Above the Rest che l’idea gli venne quando ancora studiava all’Università. Frequentava infatti la Kentucky Univeristy quando si trovò a far visita ad un ospedale psichiatrico. In quell’occasione avrebbe colto la sua attenzione la presenza di un paziente di soli 13 anni, internato per aver ucciso la sorella. Il regista racconta: “Era uno sguardo schizofrenico, aveva un’espressione davvero demoniaca… È stato traumatizzante per me, probabilmente la cosa più terrificante che abbia mai visto.” Inizia così lo studio sulla malvagità, ancor più difficile se nasce nella mente di un bambino, facendosi strada tra le delusioni e i rancori di una dimensione complessa: l’infanzia.

Il nome e la maschera
Se la visita in ospedale ha plasmato l’idea di un mostro votato all’omicidio sin da piccolo, non è stata così immediata la scelta del nome. Se notiamo, nel primo capitolo della saga, Michael è chiamato con il nome ‘the Shape’ (la forma). Un’entità, un’essere sovrannaturale e per questo pura presenza. Sarà John Carpenter a volere con decisione il nome umano di Michael. Il riferimento diretto sarebbe all’ex direttore cinematografico, che per primo distribuì un suo film: Distretto 13 – le brigate della morte (1976). Michael ha quindi quell’indecifrabile consistenza di un anima dannata, a metà tra la vita e la morte. Niente riesce ad ucciderlo, ma non è morto abbastanza da perdere la sua imponente figura. La maschera deve ricordare proprio questo: lineamenti definiti ma non troppo. La maschera horror più famosa del cinema come nasce invece? Il volto di gomma di Michael Myers proviene da una maschera del Capitano Kirk di Star Trek, acquistata in un negozio di Hollywood. È stata modificata dal regista John Carpenter e dal suo team: è stata dipinta di bianco, l’apertura degli occhi è stata allargata e sono stati tolti i baffi e le sopracciglia, rendendola così il volto iconico del personaggio.
Tingere i capelli.
Origine: Una maschera di William Shatner, l’attore che interpretava il Capitano Kirk in Star Trek.
Modifiche:
Dipingere la maschera di bianco.
Allargare l’apertura degli occhi.
Rimuovere le sopracciglia e i baffi.
Gli Anni ’70: il killer e le babysitter
La saga ‘Halloween’ ricostruisce il mondo Anni ’70, e John Carpenter sa da subito di avere l’arduo compito di interfacciarsi con un’era traumatizzata da alcuni fatti raccapriccianti. Guardando ai capitoli della saga horror un archetipo su tutti è nato esattamente in quella decade: la babysitter. Moltissime giovani studentesse hanno iniziato in quegli anni negli Stati Uniti a ricoprire questo ruolo. L’idea degli sceneggiatori di far morire le babysitter proprio durante il loro turno con il bambino, deriverebbe oltre che da una condizione di connaturale inquietudine, da un fatto di cronaca realmente accaduto. Si chiamava Janette Christman la ragazza uccisa negli Anni ’60 mentre faceva da babysitter. Janette avrebbe iniziato a ricevere telefonate proveniente dall’interno della casa poco prima per di essere brutalmente assassinata. Non solo la figura della babysitter inizia ad ispirare la cinematografia horror ma anche lo stesso killer. Emerge la figura del criminale proprio dai giornali di quegli anni che recitano a lettere grandi: ‘Il massacro di Cielo Drive’ presentando al mondo il Male dietro gli occhi torbidi di Charles Manson. Sono anni bui per la cronaca e il cinema investe di luce le paure del secolo. L’epopea del mostro senza volto è destinato però, a durare molto di più…
Il dolore dorme in casa: il movente della sorella
Sappiamo tutti, a ben vedere dall’arco narrativo dei sei capitoli di questa saga brillante, che un movente, in verità, sembra esserci. Se Michael scappa dall’istituto psichiatrico e si aggira nella cittadina di Haddanfield, Illinois, è per uccidere sua sorella. Sua sorella, alla quale presta l’interpretazione la straordinaria madrina dell’horror Jamie Lee Curtis, giovanissima sul primo set del ’78. L’idea che l’invidia verso una sorella generasse un impulso tanto efferato, secondo molti, sarebbe nato da una storia che John Carpenter avrebbe conosciuto e rielaborato. Si chiama Stanley Stiers il protagonista di questa storia. Stiers sarebbe cresciuto sin da piccolo con una famiglia ‘sbagliata’. Un infermiera difatti avrebbe scambiato due bambini dalle culle di un ospedale. I genitori di Stanley avrebbero notato negli anni ‘l’estraneità’ del loro bambino, rafforzando l’idea che fosse diverso. Alla nascita della sorella i genitori avrebbero riservato attenzioni maggiori a lei piuttosto che a Stanley e questo avrebbe sedimentato un rancore enorme nel cuore del ragazzo. Pochi anni ci vollero prima che si trasformasse in un assassino. Non solo uccise Susie, sua sorella, ma continuò la notte dopo, proprio la notte di Halloween, a seminare il panico con nuovi efferati omicidi. E’ stato detto spesso che questo avvenimento avrebbe influenzato la storia di Carpenter.
Il vuoto del Male e la zucca intagliata
La storia di Halloween ha un bagaglio culturale molto ampio, e questo dimostra quanto il discorso sul Male in quegli anni fosse così forte, vista la paura dilagante tra i quartieri residenziali della quotidianità americana. Il mito semi-umano di Michael Myers ci parla delle paure di un secolo che ha conosciuto l’omicidio per la prima volta. Charles Manson fra tutti ha inquinato il sogno americano dell’era hippie o forse ne ha svelato la consustanziale fragilità. Il cinema di Carpenter fa centro riflettendo su questo grumo di paure e rancori, inestricabile. Quella iniziata con John Carpenter e proseguita con registi come Rob Zombie e Tommie Lee Wallace, non sa solo di splatter, e questa è la vera chiave del suo immaginario visivo. La storia aleggia nel mistero, ha il sapore della nebbia, dell’enigmaticità, della profanazione funerea. Forse perché non c’è redenzione per un rancore familiare, o forse non c’è redenzione per l’ età contemporanea, violata dalle sette religiose e dall’istinto omicida. Il volto inespressivo della maschera e l’afasia del personaggio, continua a restare nella mente del pubblico, e si identifica bene con la zucca intagliata ad inizio film di ogni capitolo. La maschera copre la realtà, la zucca si svuota e incarna solo un simbolo, di cui resta la sensazione dell’indefinito. Di certo la riflessione resta aperta e la saga di Halloween respira ancora, con una colonna sonora epica, che accompagna ogni zucca intagliata che si rispetti, ad Halloween, da più di 50 anni.
Doriana Gatta





