Due sedie, un piccolo palchetto disadorno e due forti personalità del mondo teatrale, uno dinanzi all’altro.
Lunedì 4 Dicembre alle ore 11:00, all’interno della scuola Fondamenta, situata in uno stabile di Cinecittà, si è svolta una “Conversazione di scena” fra Giancarlo Sammartano, docente di teatro e Mimmo Cuticchio, il grande Oprante, Cuntista, protagonista della mostra al Quirinale, prorogata fino al 6 Gennaio.

Un dialogo fra due mondi intrisi di conoscenza, di vero “amore per il sapere” per la primitiva arte della rappresentazione umana.
Mimmo Cuticchio ha ammaliato noi spettatori con i suoi racconti di vita, con la sua gestualità che si accompagna religiosamente alla voce, proprio come fa il pupo in scena, con un proprio codice comunicativo e musicale, come se narrasse anche in silenzio, anche estraendo il proprio orologio da taschino per vedere che ora è.
Figlio d’arte, Cuticchio nasce in mezzo ai suoi “fratelli” pupi, nella cittadina di Gela, in terra Siciliana.
Il padre, maestro severo, era uno “scoglio” molto alto da scalare per il giovane Mimmo. Un rapporto di contrasti ma anche di puro amore per il mestiere di famiglia.
In passato, ogni padre tramandava il proprio sapere, rigidamente e con rigore, proprio quello che ha fatto il padre di Mimmo Cuticchio con il figlio, in una sorta di “odi et amo”.
Ma il passato quanto è importante per la tradizione? “Senza tradizione non c’è sponda” afferma Sammartano, “il passato è il magazzino del mondo, bisogno rivivificarlo e riproporlo”.

Mimmo Cuticchio e Giancarlo Sammartano

“Ce qu’il en rest”, continua Sammartano.

Cosa ne resta dell’arte? Resta quel fiume di cui parla Cuticchio , un’arte che è in continuo divenire ma che si basa su un passato solido, che ci regala tanto sapere.
Dobbiamo rimanere contemporanei, scavando nel passato e plasmandolo in un’altra strada, in un’altra realtà; Mimmo Cuticchio ne è un esempio in carne ed ossa.
Cuticchio, museo vivente, fuoco vivo dell’arte, ripropone il Cunto imparato dal maestro Peppino Celano, in modo personale, con una sua gestualità, con delle sue tematiche, con la sua voce vibrante che risuona come la metrica che usavano gli aedi in passato.
Il Cunto è stata la trasposizione, negli antichi, dall’immaginario alla parola.
Nel medioevo vi erano i rapsodi, i cantori ( i menestrelli di oggi n.d.r), che mandavano avanti la propria tradizione per via orale.
Dal ‘600, secolo fervido di letteratura, di “humanae litterae”, la parola scritta prende il posto dell’oralità;Iniziano così ad apparire celebri autori come Boiardo, Ariosto, che narrano storie di amori, passioni, di armi e cavalieri.
Da qui in poi il “cantastorie” divenne “cuntastorie”, ovvero colui che le raccontava, declamava con personalità ed estro, al contrario del “cantastorie”, il quale le modulava e le intonava.
Maestro del Cunto di Cuticchio è stato proprio il suddetto Peppino Celano, cuntista già affermato, dal quale Cuticchio va ad apprendere tramite il “rifiuto” e le poche parole del cuntista, l’arte del narrare.
Celano con il suo silenzio, con il suo esser restio ad insegnare ad un “picciotto” la propria arte, ha donato a Cuticchio una tradizione importante, poetica, una musicalità arabeggiante ma allo stesso tempo una perfezione ellenica.
Ma il Cunto non è solo gestualità, non è solo volteggiare la spada nell’aria in un tempo-ritmo proprio. E’ anche contenuto.
“Prima viene quello che dico e poi come lo faccio” afferma Cuticchio, sottolineando l’importanza della motivazione e delle immaginazione, punti cardine del lavoro del famoso Oprante.
Cuticchio, lavora un personale “storytelling” nella mente, una successione di immagini vissute trasmutate nella pratica, in ciò che fa. Concretizza la sua immaginazione, con il valore aggiunto dell’improvvisazione.
Quest’ultima, questione molto dibattuta nel focolare dell’arte dell’attore, non è un mero virtuosismo ma una struttura solida, ha fondamenta radicate, esperienze di vita, conoscenza profonda, studio continuo e vigoroso.
Non si può improvvisare senza uno studio approfondito, senza aver vissuto interamente la vita, senza aver acquisito alcuna etica di consapevolezza che ogni essere umano deve possedere.
Per quanto concerne l’improvvisazione, Cuticchio ha ricordato il modo empirico della propria “improvvisazione”, durante un memoriale su Paolo Borsellino.
Difronte a molteplici persone, a cariche istituzionali, Cuticchio ha improvvisato il Cunto sull’ infanzia del grande magistrato Palermitano.
Grazie all’ausilio delle citazioni nel libro di Agnese Borsellino e grazie alla città che li ha cresciuti, alle strade che hanno condiviso nella Palermo di una volta, Cuticchio ha costruito e modellato un Cunto sulla figura del magistrato, durante la propria infanzia, mescolando in un connubio perfetto momenti di vita del magistrato e momenti vissuti dall’Oprante in persona.

Mimmo Cuticchio è immaginazione allo stato puro, è regista genuino del proprio Cunto e delle proprie rappresentazioni.
E’ un aedo contemporaneo, che trasmette oralmente storie di amori, passioni, di armi e di cavalieri.
E’ un maestro d’orchestra, che dirige l’aria intorno a se, la taglia e la fa vibrare con la sua spada. Dirige contemporaneamente il suo corpo e la sua voce, la sua voce aperta e vibrante, che propaga le sue parole al futuro che verrà, che sconfina dalla Sicilia, terra madre in altri orizzonti terreni.
E’ stato un “Rinaldo” ribelle dinanzi alla grandezza del padre.
Mimmo Cuticchio è tradizione ma è anche futuro, è un patrimonio per il focolare per la sua amata arte, amata come Angelica, è coraggioso come Orlando e ribelle nel forgiare la tradizione, come Rinaldo.

Mimmo Cuticchio è un vero Orlando innamorato.