Human Rights: minori torturati nelle prigioni egiziane

“A nessuno importava che fosse un bambino”. Un report di Human Rights denuncia arresti e torture inflitte a minori tra i 12 e i 17 anni da parte della polizia egiziana.

“Sono solo bambini” torturati nelle prigioni egiziane 

Arresti arbitrari, sparizioni forzate e torture sistematiche. È la fotografia di un paese, l’Egitto, che dal 2013 con il nuovo governo Al-Sisi ha dato il via libera a una repressione nazionale indebolendo lo stato di diritto fino alla sua estinzione. Manifestanti, dissidenti, oppositori politici, giornalisti indipendenti e i difensori dei diritti umani; l’apparato di sicurezza egiziano continua ad arrestare arbitrariamente decine di migliaia di persone. Questa volta però la storia di torture e detenzione riguarda dei minori; storie di bambini e bambine, centinaia, torturati nelle carceri egiziani. L’accusa arriva dall’inchiesta pubblicata dall’ong Human Rights Watch e dall’associazione per i diritti umani Belady. Un rapporto che documenta le violazioni dei diritti umani commesse da funzionari della sicurezza egiziana contro centinaia di bambini arrestati o perseguitati per aver, presumibilmente, partecipato a proteste o a violenze a sfondo politico. Il rapporto, pubblicato alla fine di marzo, dal titolo “A nessuno importava che fosse un bambino”, documenta terrificanti abusi compiuti contro una ventina di ragazzi di età compresa tra i 12 e i 17 anni arrestati dalle forze dell’ordine egiziane. Un quadro scioccante, ricostruito grazie le testimonianze di minori ex detenuti e dei loro parenti. 

Arresti arbitrari, sparizioni forzate e torture sistematiche 

Le torture iniziavano già in detenzione preventiva o durante l’interrogatorio. Minacce verbali, percosse, scariche elettriche con pistole stordenti al volto e ai genitali. Due ragazzi raccontano di esser stati legati alle braccia, sospesi con una corda al soffitto e strattonati sino a slogare loro le spalle. In molti casi i funzionari della sicurezza hanno inflitto trattamenti crudeli e umilianti. Alcuni di loro sono stati costretti ad aprire la bocca per farvi sputare il personale carcerario e ad altri sono state negate coperte e vestiti in inverno, costringendoli a dormire nudi nei corridoi o nelle prigioni. O ancora a rimanere in piedi per molte ore con chiodi appuntiti poste sotto i loro talloni. Un quadro straziante, impossibile immaginare una violazione più grave dei diritti dei minori. La procedura che dava il via a questo orrore era sempre la stessa. I bambini venivano dapprima arrestati, mai sulla base di un mandato giudiziario, come richiesto sia dalla legge egiziana che dal diritto internazionale. Una volta arrestati, i bambini, erano sottoposti a sparizioni forzate per mesi, alcuni anche per più di un anno. Venivano portati negli uffici dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, nei campi di addestramento delle forze di sicurezza centrali o in altri luoghi che non sono riconosciuti come strutture di detenzione ufficiali. Per tutto questo tempo, le forze di sicurezza negavano alle famiglie dei minori di sapere dove si trovavano i bambini, fino a quando non venivano portati in tribunale. La legge egiziana imporrebbe alle autorità di presentare tutti i detenuti davanti a un pubblico ministero entro le 24 ore dall’arresto, ma in 19 casi su 20 interrogati, i funzionari della sicurezza hanno violato impunemente questa legge. La data dell’arresto del minore, infatti, veniva falsata e il fermo veniva registrato al giorno prima o lo stesso giorno in cui  il minore veniva presentato al pubblico ministero. Procuratori e giudici hanno seguito la linea del governo e delle forze di sicurezza. Accuse eccessive, vaghe o che violano la loro libertà di espressione e di riunione. A molti dei minori accusati non è stata data l’opportunità di preparare una difesa e ad alcuni è stato persino vietato l’incontro con il proprio avvocato. Cinque bambini inseriti nel rapporto sono stati persino processati davanti a un tribunale militare su questioni di sicurezza nazionale per presunti attacchi sovversivi. Il caso più emblematico è stato rappresentato dalla sentenza per un processo di massa di oltre cento imputati per presunte rivolte, terminato con la condanna all’ergastolo di un bambino di tre anni.

Storie di minori torturati e dei loro diritti negati 

Bambini, ragazzi, tra i 12 e i 17 anni torturati e arrestati. Sono le storie delle giovani vittime; vittime della repressione del governo che ha indebolito lo stato di diritto fino alla sua estinzione. Come la storia di Abdullah Boumadian, dodicenne detenuto in segreto di Stato per sei mesi e poi costretto all’isolamento per 100 giorni. Abdullah è stato sottoposto più volte alle scariche elettroshock e il motivo dell’arresto era dato dall’entrata del fratello maggiore in un gruppo affiliato allo Stato islamico. O come la storia di Farida, studentessa di 17 anni, arrestata dopo che un agente di polizia ha preso il suo telefono e letto i suoi messaggi su WhatsApp, per poi essere accusata di aver abusato delle piattaforme social media e di aver sostenuto un’organizzazione terroristica. O ancora la storia di Karim Hamida Ali una giovane ragazza, perseguitata ed arrestata in età adolescenziale, incolpata di aver partecipato ad una protesta anti-governativa che terminò con il danneggiamento della facciata di un albergo. Il suo arresto è stato svelato alla famiglia solo dopo un mese di reclusione, quando la ragazza decise di confessare il presunto crimine, dopo le torture e gli abusi degli ufficiali dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale. Nell’aprile del 2019 le autorità giudiziarie hanno disposto la pena di morte per la piccola donna, poi annullata nell’ottobre dello stesso anno con la dichiarazione del giudice di non aver capito che si trattasse dell’arresto di una minorenne. Sulla base della sua confessione, Karim è stata comunque condannata a scontare dieci anni di prigione. Di fronte a tali crimini contro dei minori, Human Rights Watch chiede a tutti gli Stati che sostengono il governo, alla Commissione europea di interrompere il sostegno alle forze di sicurezza egiziane e di fare pressione pubblicamente sul governo egiziano affinché adotti misure significative per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza. 

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