“Stai troppo su Internet!” dice Ethan ad un povero soldato che viene brutalmente picchiato. Mission: Impossible – The Final Reckoning è tutto qui: la lotta tra l’uomo e l’intelligenza artificiale, tra l’umanità fisica, ancestrale e corporei contro quella digitale, quella del cyberspazio e blockchain. Tom Cruise si sente – ed è – il catalizzatore corporeo di quell’idea di uomo – e di cinema – che si oppone con tutte le forze al dilagare, costante e inesorabile, della tecnologia e dell’IA. Dilagare in senso assolutistico, distopico, in cui L’intelligenza artificiale controlla tutti e tutto e prende coscienza di sé. E se Ethan/Cruise è il ricettacolo del corpo, “L’entità” è il ricettacolo proprio della tecnologia e del cyberspazio. Una lotta a cui Ethan non si arrende, andando contro chiunque, anche la presidentessa degli Stati Uniti.
Ed è la lotta di un attore che ha fatto, negli anni, del suo corpo il mezzo attraverso cui essere. Tom Cruise alza, ancora una volta, l’asticella del pericolo e dello stunt, qui portato al suo punto più alto e difficilmente replicabile. The Final Reckoning è l’epopea, il saluto ad un personaggio con trent’anni di storia alle spalle. E lo mette subito in chiaro: il film inizia con un enorme recap di ciò che la saga di Mission Impossible è stata e che Tom Cruise ha fatto. È quindi un addio, un ultimo sguardo a ciò che Cruise ha portato al cinema action. È anche però un pallidissimo tentativo di riunire tutte le trame e tutte le narrazioni sotto un unico, grande, ecosistema narrativo che culmina in questo finale. Il problema è che torna poco o nulla, se non la grande azione targata Mission Impossible e un chiaro messaggio quasi politico.
Mission: Impossible – The Final Reckoning: l’entità

L’Entità, in The Final Reckoning, viene rappresentata con un grande occhio, simbolo atavico e ancestrale nell’arte cinematografica. Se per Vertov era quello dell’uomo con la macchina da presa e per Jackson quello di Sauron, qui è quello di un’intelligenza artificiale che ha oltrepassato il suo essere tecnologia, diventano quasi umano, molto più simile all’occhio dell’HAL 9000 di Kubrick. E la missione di Ethan è quella di distruggere, combattere una tecnologia che si è fatta divinità venerabile (l’antidio, come viene chiamato) attraverso le azioni di un uomo solo. Tornano vecchi cattivi e vecchi amici, villain diventano alleati e si parla persino del 22 maggio 1996 come “la data in cui tutto è iniziato”, ovvero il giorno d’uscita del primissimo Mission Impossible nelle sale. The Final Reckoning lavora quindi su una doppia mandata: l’uomo o il cinema concreto da bottega contro l’intelligenza artificiale o il cinema tecnologico moderno e quella dell’addio a Ethan Hunt.
Allo stesso modo, dopo un’inizio di tante chiacchiere e tentativi di far convergere tutte le storie in una, le quasi tre ore di pellicola si reggono su due grandi sequenze. Il primo è una sequenza meravigliosa – lunghissima, di quasi venti minuti – ambientata all’interno di un sottomarino in fondo al mare antartico. Su un set rotante costruito interamente, Ethan si infiltra nel relitto per trovare il codice sorgente dell’IA, necessario per la sua distruzione (e il salvataggio dell’umanità). Christopher McQuarrie, il regista, la costruisce tutta sui silenzi delle profondità e sull’ampiezza del fondo marino. Spettacolare. La seconda, quella all’inizio del terzo atto, è quanto di più puro Tom Cruise ci sia: Uno scontro tra due aerei ad elica in cui Ethan salta da uno all’altro (è sempre lo stesso Cruise a fare tutti gli stunt). L’apoteosi di ogni forma action che Mission Impossible abbia mai portato sullo schermo.
Altro da offrire
Ma, oltre a queste due grandi sequenze d’azione, Mission Impossible ha ben poco altro da offrire. Non riesce ad essere al passo con i capitoli più fortunati dello stesso McQuarrie come Fallout o Rogue Nation. È evidente che l’intento sia quello di dare una giusta conclusione alla saga tendando, in modo matto e disperato e decisamente poco efficace, di unire tutte le trame di otto interi film. Quindi, dal lato narrativo, The Final Reckoning ha poco da offrire, così come da quello dei rapporti umani. C’è anche un bacio ma che sa poco di romantico. Quindi quest’ultimo Mission Impossible sembra più una dichiarazione, un manifesto su che tipo di cinema sia da preservare e conservare. Quello vero, materiale e artigianale. Proprio come, qualche giorno fa, ci ha raccontato anche lo splendido The Legend of Ochi di Isaiah Saxon. E Tom Cruise, dall’alto dei suoi quasi sessantatré anni, si fa ricettacolo e fiaccola testimoniale di come il cinema non digitale, quello non fatto dall’intelligenza artificiale sia duro a morire e, in fondo, una missione non tanto impossibile. Soprattutto quando si hanno tutto quel budget a disposizione.
Alessandro Libianchi
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