Benvenuti a Talking Pictures, la rubrica che da voce alle immagini. Nel precedente ciclo di film abbiamo visto alcuni esempi di come il cinema influisce nella scrittura di una storia che ha come protagonista un’interprete musicale. I risultati sono stati piuttosto ovvi; la musica è parte integrante della produzione dell’opera filmica perciò può essere fruttata a piacimento dal regista caricandola di valori e di significati: diviene un catalizzatore tra il tempo e la storia che da vita al racconto di un’esperienza umana: l’esperienza dell’artista. Per questo ciclo vorrei abbandonare il mondo artistico per toccare un universo più popolare come può essere quello legato agli sport.
Per questa nuova serie di Talking Pictures cercheremo di trovare l’elemento artistico o estetico, caro al regista che lo ha portato a scegliere questa storia sportiva come pretesto narrativo per la creazione della pellicola. Tom Hooper, nel suo film, Il Maledetto United, mostra come la prossemica e gli spazi siano fondamentali nella caratterizzazione di un personaggio.
Davanti a noi non abbiamo tanto un film di calcio ma una pellicola sulla solitudine provocata dall’ambizione smaniosa di Brian Clough interpretato da un sontuoso Micheal Sheen. La famiglia e le amicizie sono solo secondarie rispetto alle sue ambizioni personali. Nel film moglie e figli appaiono meno volte rispetto ai momenti in cui nell’inquadratura vediamo un telefono.

Il mezzo comunicativo è un oggetto egoista che produce una conversazione senza che le persone siano realmente vicino a noi. Brian Clough quando viene ammonito o redarguito dai suoi superiori si lascia andare a chiamate di frustrazione inutili che rendono il suo profilo ancor più disperato di quello che può sembrare.
Il periodo in cui era alla guida del Derby Country è caratterizzato da inquadrature in cui l’allenatore non è mai solo ma sempre in compagnia di qualcuno. Le immagini vedono il tecnico in figura intera con pochissimi primi piani espressivi. La solidità di squadra si nota dalla vicinanza e dal rispetto che i giocatori provano per questa figura dal portamento regale.
Si considera un Re in quello che fa e in quello che dice, non vuole che nessuno lo contraddica e ordina per soddisfare le sue esigenze ad ogni costo. L’arroganza ha un costo che si paga nel cinema con l’antipatia della camera. La macchina da presa, quando l’ambizione prende il sopravvento nell’animo di Clough, lo ripaga con inquadrature fredde e primi piani sfacciati perché rivelano senza mezzi termini il peggio di lui. Il suo comportamento viene ripagato con il licenziamento dal Derby Country ed il successivo ingaggio , senza rancori, ai Leeds United, squadra rivale del suo ex club.

Qui Brian è solo. Nessuno è disposto a seguirlo. Il Re diventa giullare. Deriso dai suoi calciatori non riesce ad allenarli. Visivamente e fisicamente distante dal resto del club viene continuamente inquadrato attraverso lunghi primi piani ed è sempre solo nei frame che lo ritraggono. Vive e pensa in solitudine, tutti gli altri guardano a destra mentre lui guarda a sinistra perciò diviene impossibile ogni sorta di comunicazione.
Cambia anche la luce: il calore dell’arancione delle fiaccole e del giallo ocra delle birre dei pub dell’ East Midlands viene sostituito dal impersonale stile minimal e freddo degli appartamenti di lusso di Leeds. Il suo volto nemmeno ha il diritto di essere inquadrato con la giusta luce, spesso è in penombra oppure coperto dalle sue mani in un gesto di comprensibile tristezza. Nel frattempo litiga anche con il suo amico e collaboratore Peter Taylor (Timothy Spall) per divergenze lavorative. Il distacco tra i due è magistralmente messo in risalto dai numerosi muri separatori che si susseguono durante le comunicazione. Prima la cornetta telefonica, poi una siepe oppure un muretto, Tom Hooper sistema nell’inquadratura una separazione non solo mentale ma anche visiva tra i due amici. Solo quando riusciranno a risolvere le loro divergenze allora anche la divisione spaziale verrà superata.
Nel mezzo il suo ego lo inoltra in un clima di continua tensione, tutti si prendono gioco di lui e le telecamere televisive lo riprendono solo per farlo innervosire come un pagliaccio. Finito questo rimane solo, come sempre, in balia delle sue dichiarazione. Per lui schermi spenti è l’unica telecamera che lo inquadra è quella invisibile della realtà che lo mostra a noi come uno sconfitto.

La situazione si risolve con il suo esonero e il suo ritorno a casa. Il lieto fine rende però meno interessante la storia perdendo la duplice valenza dell’inquadratura. Tutti felici e contenti con il nostro protagonista che andrà ad allenare il Nottingam Forrest diventando Campione d’Europa con questo club. Tutto bello, certo, ma il Brian Clough, genio asociale e maestro arrogante era certamente più interessate.
Quinto De Angelis





