Esteri

Nel Sahel c’è dell’astio contro la Nato, e la Russia vorrebbe sfruttarlo

Con la fine della Conferenza Nato a Madrid, l’Alleanza ha riconfermato il proprio ruolo di difesa e di deterrenza del conflitto su scala globale. Il ritiro di Francia e Germania dalle operazioni nel Sahel conferma come l’attenzione della Nato sia chiaramente rivolta al vicinissimo oriente, con la portata bellica dell’invasione russa che rischia l’espansione. Ma c’è un’altra questione, forse sottovalutata. I rapporti da sempre conflittuali con i paesi sud sahariani potrebbero configurare uno scenario di difficile semplificazione, se non si agisce fulminei. Ma perché i paesi del Sahel, fascia meridionale del Sahara, dovrebbero privilegiare i rapporti con la Russia rispetto a quelli Nato? Le ragioni sono storiche, ma anche politiche ed economiche. Abbiamo bisogno di fare luce su uno scenario lontano dai riflettori della cronaca per capire la fragilità delle alleanze globali.

Una storia di rapporti fallimentari, colonialismo storico, dipendenze economiche unilaterali: perché la bolla anti-Nato e pro Russia del sud-sahara potrebbe scoppiare presto

L’area del Sahel comprende (da ovest ad est) Mauritania, Mali, Niger, Chad e Sudan – Ph. Credits Nato Association of Canada

Sebbene sia stato confermato dal vertice di Madrid il generale impegno dell’Alleanza nel prevenire e gestire le crisi militari e politiche nelle complesse aree del nord-Africa e del Sahel, i singoli paesi Nato hanno da tempo provveduto a una de-mobilitazione dal continente. Lo provano l’operazione Barkhane, che aveva come principale focus il ritiro delle truppe francesi del Mali, e l’operazione Takuba, di portata europea. Il Mali non ha mai particolarmente gradito l’interferenza estera nel proprio paese. Lo dimostra la recente polemica innescata tra il ministro degli Esteri Abdoulaye Diop e l’ambasciatore spagnolo Romero Gomez. Il diplomatico si è recato nella capitale malese per chiarire alcune affermazioni del ministro Alvarez che aveva prospettato un’operazione nel paese.

Questa è solo una delle testimonianze della sempre maggiore disaffezione saheliana verso l’Europa, e la Nato in particolare. Dietro questa vi è una storia di colonialismo che risale fino alla metà dell’Ottocento, una dipendenza economica delle grandi corporazioni (che ha tuttavia interessato maggiormente l’area del golfo) e la presenza militare recente volta al compimento delle missioni di pace. Che ci sia qualcos’altro dietro però ne è spia la recente dichiarazione di Diop: “l’espansione del terrorismo nel Sahel è dovuta all’intervento Nato in Libia.” Il collegamento, se fantasioso o meno (ricordiamo come la radicalizzazione, secondo molti, è dovuta anche alla presenza estera sul suolo patrio) ha comunque una valenza politica. Il rischio, dietro l’inasprimento dei rapporti con la Nato, è quello di una nuova stagione di accordi con la Russia.

È necessario pensare a una nuova strategia di rapporti con gli stati della regione del Sahel, o l’influenza russa potrebbe raggiungere e “conquistare” l’Africa

Non ci è oscuro come gli investimenti economici russi, cinesi e turchi sono una mossa non solo economica, ma squisitamente politica. Costruire le infrastrutture in paesi storicamente devastati da guerre tra fazioni causate – non duole mai ricordarlo – dal colonialismo selvaggio delle forze nazionali del nostro continente, implica la costruzione di rapporti duraturi che potrebbero sfociare in un supporto militare, nella peggiore delle ipotesi plausibili. L’ingerenza francese nella politica del Sahel, per fare un esempio, sebbene sembra essere stata compiuta nelle migliori intenzioni, è stata recepita con comprensibile acredine dal Mali e dai paesi confinanti. Stando sempre alle parole di Diop, la presenza europea “tende a incoraggiare l’aggresione contro un paese indipendente e sovrano.”

Diop utilizza la presenza terroristica del paese come arma politica, identificando la presenza di gruppi paramilitari di matrice islamica come risposta alla presenza militare europea. Se l’Alleanza nordatlantica ha spesso interferito con le politiche interne dei paesi in cui ha agito (se a torto o a ragione lo deciderà il discorso geopolitico, storico e post-coloniale), il supporto economico del “laissez-faire” cinese, turco e soprattutto russo ha una connotazione ben più gradita ai potenti del continente africano, che – forse – inconsciamente risulteranno imprescindibilmente legati agli oligarchi di quei paesi fortemente illiberali. Una nuova strategia europea è una scommessa di difficilissima attuazione, data la gravosità del precedente storico coloniale su cui si è fondato il modello capitalista. Ma è possibile, almeno considerando gli esiti di un predominio russo sulle influenze saheliane e nordafricane.

Alberto Alessi

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