Netanyahu e il documento segreto dello Shin Bet: un leader sull’orlo di una crisi, un despota disperato.
Un documento lungo sette pagine, depositato lunedì dal capo dello Shin Bet Ronen Bar presso un tribunale israeliano, potrebbe cambiare il corso del dibattito politico in Israele. Non solo perché porta alla luce nuove pressioni esercitate dal primo ministro Benjamin Netanyahu contro il responsabile del servizio segreto interno, ma perché ne disegna i tratti inquietanti: quelli di un premier che si muove come fosse al di sopra della legge, tentando di subordinare gli apparati dello Stato al proprio potere personale.
Bar, da mesi nel mirino del governo, ha ricostruito una serie di episodi che – se confermati – dimostrerebbero un tentativo sistematico di spingere il servizio segreto a piegarsi alla volontà del premier: dallo spionaggio degli oppositori politici alla stesura di documenti per garantirgli l’immunità nei processi, fino all’esplicita richiesta di obbedienza “al primo ministro anziché alla Corte Suprema” in caso di crisi istituzionale.
Il culto della lealtà al dittatore
La Corte ha già sospeso la rimozione di Bar, voluta da Netanyahu, in attesa di una decisione definitiva. Ma nel frattempo, la documentazione consegnata – 7 pagine pubbliche, più 31 secretate e corredate da 5 appendici – ha avuto un effetto deflagrante. Il quotidiano Haaretz l’ha definita senza mezzi termini “il ritratto della nascita di un dittatore”.
Secondo Bar, molte delle richieste di Netanyahu avvenivano al riparo da testimoni: alla fine di riunioni ufficiali, a porte chiuse. Il premier, sostiene il capo dello Shin Bet, cercava di non lasciare tracce, nel tentativo di piegare le istituzioni ai suoi interessi processuali e politici. In almeno un’occasione, avrebbe chiesto al capo dell’intelligence di firmare un documento scritto dai suoi legali per dichiararlo non idoneo a testimoniare nei processi per motivi di sicurezza. Bar si è rifiutato.
Netanyahu non sarà felice del documento dello Shin Bet
La questione non è solo legale: è politica e culturale. La richiesta di “obbedire al primo ministro anziché alla Corte Suprema” rappresenta un punto di rottura con la democrazia parlamentare e lo Stato di diritto. Non siamo più davanti a un’escalation retorica, ma a una strategia deliberata di ristrutturazione autoritaria del potere. Una mutazione che Bar rifiuta di assecondare, ma che Netanyahu persegue con ostinazione, da mesi, provando a licenziare uno dei pochi vertici istituzionali a non essersi piegati.
In un altro passaggio del documento, Bar sostiene che Netanyahu gli avrebbe chiesto “più volte” di monitorare gli organizzatori delle proteste antigovernative. Il riferimento è ai grandi movimenti civili che, dallo scorso anno, manifestano contro la riforma giudiziaria e l’accentramento dei poteri nelle mani del premier. Si tratterebbe, dunque, di usare l’apparato della sicurezza interna non per prevenire minacce reali, ma per colpire l’opposizione politica e il dissenso.
La più grave crisi democratica d’Israele
Tutto questo avviene mentre Israele attraversa la più grave crisi democratica della sua storia recente. Netanyahu è sotto processo per corruzione, frode e abuso d’ufficio. Le sue politiche contro la magistratura, l’indebolimento dei check and balances, la guerra a Gaza condotta in sfida al diritto internazionale e al parere della Corte dell’Aia, compongono un quadro sempre più preoccupante.
Ronen Bar ha già dichiarato che, qualunque sarà l’esito del processo, lascerà comunque l’incarico. Una decisione che certifica la rottura istituzionale in corso. Il premier vuole circondarsi solo di lealisti, anche a costo di spaccare lo Stato. Ma la deposizione del capo dello Shin Bet apre un varco: non più solo la società civile e la magistratura, ma ora anche gli apparati della sicurezza denunciano un progetto di potere che punta a svuotare dall’interno le istituzioni democratiche
Oltre Netanyahu e lo Shin Bet: la fragilità del sistema politico di Israele
Ciò che emerge dal documento non è solo la personalità autoritaria di Netanyahu, ma la fragilità del sistema democratico israeliano. Un sistema che, privo di una costituzione rigida, fonda gran parte del proprio equilibrio sulla prassi, sull’etica politica e sull’autonomia delle istituzioni. Tutti elementi che il premier sembra intenzionato a demolire.
Non si tratta solo del leader di un governo estremista, ma di un’intera architettura di potere che ruota sempre più attorno a logiche di immunità, repressione e fedeltà personale. In questo senso, il documento di Bar va ben oltre la sua persona: è una chiamata pubblica alla responsabilità collettiva. Se Netanyahu riuscirà a silenziare anche lo Shin Bet, se riuscirà a rimuovere chi non lo serve ciecamente, cosa resterà dello Stato democratico israeliano? La domanda non è più teorica. È politica. Ed è urgente.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





