Come riportato da quotidiano.net, in casa NFL il razzismo non può essere tollerato.

Il giorno del 25 maggio, segna per il mondo intero l’ennesimo evento da ricordare con tristezza ed amarezza. Questa volta la lente d’ingrandimento si sposta verso una notizia di cronaca veramente terrificante. Si tratta dell’omicidio di George Floyd, che urla a gran voce in ogni angolo del globo, scuotendo la comunità afroamericana in America.

Giorni di manifestazioni, scompigli e scontri con la polizia hanno segnato i mesi a venire. Nel video divenuto virale, George Floyd è ammanettato e schiacciato a terra da un poliziotto che preme il suo ginocchio contro il collo della vittima fino alla morte. “I can’t breathe” (non riesco a respirare), la frase pronunciata da Floyd poco prima di morire, è divenuto lo slogan della campagna di dissenso per i soprusi subiti.

Anche la NFL non prende alla leggere questa situazione drammatica. Difatti non vuole che gli atleti afroamericani si inginocchino durante l’inno americano, simbolismo fortemente legato al gesto che opprimeva e soffocava Floyd. Per ovviare alla protesta, all’inizio di ogni partita della prima giornata della stagione, verrà trasmesso l’inno afroamericano “Lift Every Voice and Sing

NFL razzismo

Questo canto anti razziale, scritto più di un secolo fa, sarà eseguito prima dell’inno americano. Lo scopo della NFL, è quello di prestare onore ai numerosi giocatori afroamericani della lega e al contempo evitare la protesta durante l’inno americano. Ma perché il gesto è così simbolico nel football americano?

Circa quattro anni fa Colin Kaepernick, ex QB dei San Francisco 49ers, aveva già dato adito a questa pratica di protesta in relazione ai numerosi decessi di afroamericani per mano della polizia. Oggi, la violenta e brutale morte di George Floyd, ha permesso che le vittime dei soprusi e delle angherie urlino insieme a gran voce I can’t Breathe.        

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Foto nell’articolo: Thearon W. Henderson

Nicolò Magara

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