Gli albori della carriera

Se parliamo di giocatori africani ad aver lasciato il segno nella NBA non si può non citare, (oltre ad Hakeem Olajuwon) Dikembe Mutombo. Nasce il 25 giugno del 1966 a Kinshasa città nota per ben altri tipi di eventi sportivi. Il ragazzo sin da giovane è dotato di sovrannaturali doti fisiche, per lui infatti parlano i sui 2 metri e 18 centimetri accompagnati da 118 chili di pura massa muscolare. Questo strapotere fisico infatti lo porta a cercare fortuna nel gioco del basket, che riuscirà a salvarlo da una condizione di vita abbastanza precaria. Mutombo si ritrova quindi dall’altra parte dell’Atlantico, precisamente a Georgetown University dove gioca per la squadra NCAA del college gli Hoyas. La squadra vanta una grande tradizione di lunghi ( Pat Ewing, Alonzo Mourning) ed è allenata da coach John Thompson uno degli allenatori più vincenti della storia NCAA. Ed è qui che inizia la nostra storia.

NBA

Il ragazzo offensivamente parlando è tutt’altro che forte, ma è un difensore senza eguali, sopratutto mostra grande capacità nello stoppare qualsiasi pallone gli passi nei paraggi. Viene chiamato con la quarta scelta assoluta al Draft del 1991 dai Denver Nuggets, una squadra niente male dove Dikembe vincerà ripetutamente il titolo di miglior stoppatore della stagione. La squadra va il contrario di bene, ma nella stagione 1993-4 riesce a qualificarsi come ultima squadra ai playoff. Ad affrontare la squadra del Colorado saranno i mitici Seattle Supersonics di Payton e Kemp dati addirittura come strafavoriti per il titolo. A sorpresa però Mutombo e compagni riusciranno a vincere la serie ed eliminare Seattle. Prima volta che una numero 8 elimina una numero 1. Nell’estate del 1996 i Nuggets decisero di offrire all’africano un contratto degno di un qualsiasi rookie e non di una superstar come lui, così divenne free agent.

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Gli anni d’oro

A mettere sotto contratto il lungo furono gli Atlanta Hawks, una squadra molto promettente se non fosse per la numerosa concorrenza nella conference orientale. Ad Atlanta vince praticamente di tutto a livello personale, ovviamente il premio di miglior difensore dell’anno ripetutamente, (già vinto una volta a Denver) e quello di miglior stoppatore. Viene convocato numerose volte per l’All Star Game e continuamente inserito nel primo quintetto difensivo della lega. Ma c’è un problema, ovvero quello che hanno avuto tutte le forti squadre dell’East Conference di quegli anni: MIcheal Jordan. Le lotte tra lui ed il 23 sfoceranno sempre in episodi di trash talking e di discussioni molto nervose. Da ricordare l’imitazione che Jordan fece in una gara di playoff dopo avergli schiacciato in faccia. Muovendo appunto il dito e dicendo “NO NO NO”. Quest’ultima espressione per l’appunto e la firma del centro Congolese dopo ogni stoppata, che di conseguenza diventò un vero ed un proprio simbolo delle franchigie in cui giocava.

Le Finals perse e la fine della carriera

La squadra però non va bene come si pensava in precedenza, e così Mutombo decide di trasferirsi a Philadelphia, alla corte di Allen Iverson e Larry Brown. Nel 2001 vince nuovamente il premio di miglior difensore dell’anno e con Iverson MVP i 76ers arrivano alle Finals NBA. Davanti a loro pero Shaq e Kobe ed i Los Angeles Lakers alla caccia del secondo titolo. La serie va 1-0 per loro ma dopo quella partita i Lakers non perderanno più e vinceranno il titolo. Lo strapotere fisico di Shaq mise a dura prova Mutombo che durante tutte le Finals soffrì dal primo all’ultimo minuto. La squadra non si riprenderà più e cosi il 55 dei 76ers deciderà di trasferirsi New Jersey Nets con i quali tornerà nuovamente alle finals. Peccato il problema sia sempre lo stesso, ovvero un altro centro offensivamente infallibile come Tim Duncan. Gli Spurs in quelle Finals furono molto agevolati dal dinamismo del caraibico ed in 6 partite portarono a casa il titolo.

In campo fino ai 40

Dal post New Jersey il lungo originario di Kinshasa inizierà un calvario che durerà fino al 2004 quando dai New York Knicks passerà ai Rockets. A Houston rimarrà per ben 5 stagioni facendo da mentore a Yao Ming, giocatore molto promettente dei texani. Vari infortuni del cinese lo rifaranno salire in cattedra registrando numeri anomali per un 40enne. Nella stagione 2007 supera Kareem Abdul-Jabbar nella classifica stoppatori diventando così il secondo della storia. Si ritira nell’aprile del 2009 all’età di 43 anni. Da ricordare il suo attivo impegno nel sociale con tante attività solidali a suo carico. Entra nella Hall of Fame nel 2015, stesso anno in cui ad Atlanta ritirano la sua maglia. Un grandissimo uomo ed un grandissimo giocatore a cui però è mancato solo il titolo per entrare nel paradiso dei vincenti.

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