La violenza contro le donne spesso si intreccia con logiche di dominio politico, razziale ed economico. Nelle società colonizzate o marginalizzate, il corpo femminile diventa terreno di controllo e oppressione, strumento per perpetuare gerarchie di potere e mantenere l’ordine imposto.

Le donne indigene negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti, più della metà delle donne indigene ha subito violenza fisica da parte di un partner. Due donne su tre hanno sperimentato almeno un episodio di stupro nel corso della vita, e i tassi di omicidio sono dieci volte superiori rispetto ad altri gruppi etnici. Per loro, l’assassinio è la terza causa di morte, dopo il cancro e le malattie cardiache.

A differenza di altre donne non bianche, uccise perlopiù da uomini della stessa comunità, le indigene vengono spesso assassinate da uomini non indigeni: conseguenza diretta del colonialismo.

La violenza come politica

Questa dinamica evidenzia come la violenza sessuale e domestica non sia solo una questione privata, ma uno strumento politico. La studiosa nativa Sarah Deer sottolinea che le aggressioni contro le donne indigene sono parte integrante delle politiche di genocidio: ridurre, terrorizzare e controllare la popolazione attraverso il dominio dei corpi femminili.

Le violenze aumentano nei pressi di miniere, campi petroliferi o basi militari, strutture spesso impiantate sui territori delle riserve, che trasformano gli spazi di vita delle comunità in zone di sfruttamento.

Il parallelismo con la Palestina

Un parallelismo emerge con la condizione delle donne palestinesi. In Palestina, l’occupazione israeliana produce un doppio livello di oppressione: da un lato quello patriarcale, dall’altro quello coloniale. I maschi palestinesi, privati della possibilità di esercitare pienamente il ruolo di capofamiglia a causa delle incursioni militari, dei bombardamenti e delle detenzioni arbitrarie, vedono la propria “virilità” costantemente minacciata. Questo squilibrio si riflette all’interno delle comunità, dove le donne continuano a subire subordinazione e violenza.

Nella retorica sionista, le donne palestinesi vengono spesso rappresentate come “macchine riproduttive”, capaci di “partorire piccole serpi”. Una visione che riecheggia la percezione delle donne indigene come “produttrici di nazioni native”, minaccia demografica da contenere con sterilizzazioni forzate, limitazioni all’accesso sanitario e assimilazione culturale.

Anche qui il corpo diventa un campo di battaglia: negare la maternità o criminalizzarla diventa un mezzo per ridurre la forza numerica e simbolica della comunità colonizzata.

Oppressione patriarcale

Questi esempi mostrano come la violenza contro le donne non possa essere interpretata esclusivamente in chiave patriarcale. Le forme di dominio si intrecciano: sessismo, razzismo, colonialismo ed economia capitalista operano insieme, generando un sistema che colpisce soprattutto chi si trova all’intersezione di più oppressioni.

Le donne indigene, le palestinesi, così come molte altre comunità marginalizzate nel mondo, vivono una condizione in cui la lotta di genere non può essere separata dalla lotta politica e sociale.

Verso un femminismo decoloniale

Per questo motivo, un femminismo che ignori tali dinamiche rischia di rimanere incompleto, se non addirittura complice. Parlare di emancipazione femminile senza affrontare il colonialismo e il razzismo significa lasciare irrisolti i nodi fondamentali di molte oppressioni. Un femminismo decoloniale, invece, riconosce che la liberazione delle donne passa attraverso la liberazione delle comunità a cui appartengono.

Il corpo delle donne, in queste realtà, non è soltanto una questione privata o biologica: è il primo campo di battaglia del potere. Difendere i diritti riproduttivi, denunciare le violenze, opporsi alle politiche di assimilazione e alle guerre significa anche resistere al colonialismo. E significa ribadire che la vera emancipazione non può che essere collettiva, intersezionale e globale.

Torresin Giorgia

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