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Pancho Gonzales, l’antieroe che cambiò il tennis

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Vincitore di dodici slam professionistici nell’era pre-Open, per otto anni in testa alla classifica mondiale tra gli anni ’50 e ’60, pochi tennisti nella storia possono vantare un contribuito all’evoluzione della disciplina come Pancho Gonzales. Si può iniziare dalla fine. Wimbledon 1969. Quarto turno. Gonzales a 41 anni sfida Pasarell, tennista portoricano di 16 anni più giovane. Vince in 5 set col mirabolante punteggio di 22-24; 1-6; 16-14; 6-3; 11-9 in 5 ore e 12 minuti. Allora non si era mai giocato così a lungo. Quella partita contribuì enormemente all’introduzione del tie-break.

L’adolescenza turbolenta e i successi da dilettante

Nato a Los Angeles come Ricardo Alonso, oggi avrebbe avuto 92 anni. Figlio di immigrati messicani, ebbe un’adolescenza turbolenta nella quale scontò persino un anno di carcere per furto con scasso, nonché il congedo con disonore dalla marina. Talento precoce, a 12 anni inizia il suo percorso tennistico da autodidatta, ma le sue intemperanze, l’abitudine a marinare la scuola lo portano fin da subito a crearsi una cattiva fama. Perry Jones, animatore della scena tennistica californiana, fiero e moralista, è costretto a tenerlo lontano dal suo circuito per punizione. Si tratta di un episodio passeggero che ritarda solamente l’ingresso di Pancho Gonzales nell’empireo della racchetta.

Pancho Gonzales insieme a Newcombe nel 1969, photo credits Fairfax Media via Getty Images
Pancho Gonzales insieme a Newcombe nel 1969, photo credits Fairfax Media via Getty Images

Altissimo, ma non per questo meno agile degli avversari, già dal 1948, appianati i dissidi con Jones, Pancho approda nella east coast a giocare i tornei che contano nel settore dilettantistico. Si impone subito all’attenzione e conquista lo Us National Championship a sorpresa battendo in finale Eric Sturgess. Chiude l’anno come numero uno tra i tennisti americani. Si ripete l’anno successivo in finale contro Ted Schroeder, uno col quale aveva quasi sempre perso. L’unico precedente a favore di Gonzalez, Schroeder lo aveva giocato col naso rotto, conseguenza di una racchettata ricevuta dal compagno di doppio. In quella finale del 1949, invece, l’avversario è integro ma Pancho vince lo stesso in 5 set. Fu definita l’undicesima migliore partita della storia.

Il passaggio al professionismo e l’ingresso nella Storia

I successi di Pancho non passano inosservati. Bobby Riggs, suo malgrado, è costretto ad ingaggiarlo per il suo tour professionistico. Ma Pancho non sembra pronto e inanella una serie di insuccessi che incidono pesantemente sul suo morale. Da ragazzo amichevole e simpatico si trasforma in lupo solitario, schivo e scontroso. I colleghi del circuito non gradiscono la sua compagnia, lui non si sforza di socializzare. Vive da solo. Eppure le sconfitte lo temprano. Negli anni successivi inverte la tendenza e si consacra come il migliore giocatore del mondo superando negli scontri diretti tutti i suoi avversari. Anche i migliori talenti che facevano il balzo dal dilettantismo dopo aver trionfato nei tornei del grande Slam. Col tempo inizia a covare un certo astio perché nota di guadagnare meno dei rivali che sconfigge puntualmente.

Pancho Gonzales
Pancho Gonzales scende sotto rete, photo credits Bettmann archive

Vince dodici slam professionistici e, ancora una volta a causa sua, vengono riscritte le regole. Per via del suo potente servizio e del suo gioco aggressivo a rete, si stabilisce una curiosa norma che, tuttavia, dura lo spazio di pochi mesi. Il giocatore al servizio non può scendere a rete se non quando la risposta della dell’avversario ha rimbalzato a terra. Tutto inutile, Pancho continuò a vincere. Al punto che l’allora promoter ed ex rivale, Kramer, gli chiese di lasciare vincere qualche match in più al suo principale avversario, l’australiano Rosewall in cambio di un aumento sulle percentuali di guadagno. Gonzales dapprima accetta ma poi non ce la fa e disdice l’accordo.

Il match infinito contro Pasarell

L’unico tennista con il quale si trova ad avere precedenti negativi è Rod Laver che, però, ha 10 anni di meno. Riuscirà comunque a togliersi delle soddisfazioni anche con il tennista più forte del momento. Giunge l’era Open nel 1968 e Pancho, seppure anziano, è ancora competitivo. Poi quello storico match a Wimbledon ’69 da cui siamo partiti. Dopo il primo interminabile set perso 22-24 Pancho è nervoso, chiede la sospensione del match per oscurità. Si becca i fischi del pubblico. Di fronte al rifiuto dell’arbitro, quasi in segno di protesta, butta via il secondo set. A quel punto la gara viene realmente sospesa.

Il giorno dopo si presenta in campo un altro Gonzales, raschia dal barile tutte le sue forze e il suo talento. Sfrutta i tentennamenti del meno esperto Pasarell e recupera il punteggio. Finisce stremato ma con ancora le forze per portare a termine l’incontro più lungo della storia. Di lui la rivista Sport Illustrated in un editoriale del 1999 scrive: “Se il Pianeta Terra fosse in pericolo in una partita di tennis, l’uomo che vorresti al servizio per salvare l’umanità sarebbe Ricardo Alonso Gonzalez”.

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