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Patrick Zaki: al via il processo in Egitto, rischia fino a 5 anni di carcere

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Dopo 600 giorni di custodia cautelare, ieri ha preso il via in Egitto, il processo dell’attivista egiziano Patrick Zaki, studente presso l’Università di Bologna. Il processo è stato aggiornato al 28 settembre, fino a quella data dovrà restare in carcere.

Prende il via in Egitto il processo di Patrick Zaki. Rischia fino a 5 anni di carcere

Dopo un’improvvisa accelerazione, che ha portato a due interrogatori durante l’estate, l’inizio del processo, che vede imputato al tribunale di Mansura, in Egitto l’attivista egiziano Patrick Zaki, era ormai nell’aria, anche per ragioni di tempistiche. La legge egiziana fissa a 24 mesi il tetto massimo di permanenza in carcere senza andare a giudizio.

La prima udienza del processo si è tenuta il 14 settembre ed è durata poco più di 5 minuti. L’imputato ha preso la parola lamentando di essere stato detenuto oltre il periodo legalmente ammesso per i reati minori di cui è accusato. Il processo è stato poi aggiornato al 28 settembre, fino a quella data rimarrà in carcere.

L’unica accusa rimasta in piedi dopo oltre un anno e mezzo è quella che riguarda la diffusione di notizie false, giustificata da un articolo del 2019, dove si parla delle discriminazioni subìte dalla minoranza cristiano-copta in Egitto, un contenuto firmato dallo stesso Zaki, assimilato dagli inquirenti alla propagazione dolosa di fake news. Il ragazzo rischierebbe una multa o una pena fino a cinque anni di carcere.

Mentre le accuse più gravi che gli imputavano attività sovversive, come incitamento al rovesciamento del regime e al crimine terroristico, le quali avrebbero comportato fino a 25 anni di detenzione, sono crollate per assenza di prove. Si tratta di notizie riferite dal portavoce di Amnesty International Italia, che si è attivata in favore del ragazzo.

Chi è Patrick Zaki?

Patrick Zaki è nato il 19 giugno 1991 a Mansura, in Egitto, da una famiglia che appartiene alla minoranza cristiano copta. Attivista per i diritti umani, svolgeva ricerca per Egyptian Initiative for Personal Rights, una Ong egiziana, dove si occupava soprattutto di questioni di genere e proprio su queste tematiche, frequentava un master presso l’Università di Bologna, ma l’esperienza si è interrotta nel 2020.

Tornato per qualche giorno di vacanza con la famiglia in Egitto, il 7 febbraio viene sequestrato all’aereoporto del Cairo e portato a Mansura, dove compare in stato di fermo, davanti alla Procura della città. Sono cinque i capi di accusa che potrebbero costargli 25 anni di detenzione: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento a manifestazione illegale, sovversione, diffusione di notizie false e propaganda per il terrorismo.

Nel corso del sequestro, secondo quanto riferito dal suo avvocato, Zaki è stato picchiato, torturato, sottoposto a elettroshock e minacce di ulteriori violenze, anche sessuali. Una dinamica che inquieta soprattutto per le similarità con l’omicidio di Giulio Regeni, il dottorando dell’Università di Cambridge rapito e ucciso sempre in Egitto per ragioni che devono ancora essere chiarite.

Per Zaki, il fermo è solo il preludio di un calvario che lo trattiene in una prigione del Cairo per 19 mesi. La sua permanenza in cella viene confermata da continui rinvii del processo, con intervalli prima di 15 e poi di 45 giorni.

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