Perché a Pasqua si mangia proprio l’agnello e quali sono i significati che si nascondono dietro questo rituale? L’agnello, per la religione cristiana e ancor prima per quella ebraica, è il simbolo di sacrificio per eccellenza, e come tale più volte compare nell’Antico Testamento. Come nel libro dell’Esodo (Esodo, 12, 1-9), quando a proposito della Pasqua ebraica Dio disse a Mosè e Aronne: “Ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa”. E poi ancora: “In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Non lo mangerete crudo, né bollito nell’acqua, ma solo arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le viscere”.

Nell’area mediterranea l’agnello è considerato da sempre come il simbolo del candore e della fragilità della vita, soprattutto per le popolazioni seminomadi come quella ebraica. Con l’offerta di un agnello il credente donava a Dio ciò che aveva di più bello, puro e prezioso, come se offrisse sé stesso, in maniera non dissimile dall’ariete che Dio farà trovare ad Abramo dopo la terribile prova del sacrificio di Isacco (Genesi, 22, 1-18).

Il Nuovo Testamento: Giovanni Battista

Nel Nuovo Testamento, Giovanni Battista accoglie così Gesù: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”, prefigurandone il ruolo sacrificale per la redenzione dell’umanità. Proprio “come agnello condotto al macello”, come profetizzava Isaia (Isaia, 53,7).

Tuttavia, nei Vangeli e nel messaggio di Gesù Cristo non c’è traccia dell’ossessione per i sacrifici rituali, così frequenti invece nell’Antico Testamento. L’Agnello era Gesù stesso. Quindi molti credenti sostengono tuttora che mangiare l’agnello a Pasqua non sia affatto una tradizione cristiana. Già durante il dibattito di Laodicea (165) sulla Pasqua, si disse che il vero sacrificio era stato compiuto con Cristo, e che quello pasquale dell’agnello propugnato dagli Ebrei convertiti non aveva ormai più senso. Una cesura sottolineata nel 2007 anche dal Papa Benedetto XVI: “Il gesto nostalgico, in qualche modo privo di efficacia, che era l’immolazione dell’innocente ed immacolato agnello, ha trovato risposta in Colui che per noi è diventato insieme Agnello e Tempio”.

L’agnello oggi

Per i cristiani scompare dunque il rito sacrificale, ma non la tradizione, il consumo e un diverso significato simbolico e teologico dell’agnello. Anche se questo viene incorporato nei rituali pasquali in una forma più blanda e “pagana” rispetto all’ebraismo, un passaggio probabilmente avvenuto sotto l’imperatore romano Costantino

D’altronde, mangiare l’agnello a Pasqua non è un obbligo nemmeno per la Chiesa. Nel 2007 l’allora Papa Benedetto XVI in una famosa omelia disse che in realtà lo stesso Gesù non aveva mangiato agnello durante l’ultima cena e che non esiste una motivazione teologica dietro questa usanza.

In realtà, il consumo di agnello è una tradizione legata alla Pasqua ebraica, festa che celebra la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù e che prevede appunto il consumo di questo animale. Nell’Antico Testamento, infatti, si racconta che Dio promise al popolo di Mosè la salvezza dei primogeniti se i loro capifamiglia avessero segnato le porte delle loro case in Egitto con il sangue d’agnello. Sono tantissimi però gli esempi risalenti alle culture del passato, che appunto usavano l’agnello come animale da destinare in sacrificio per ottenere favori – mai sentita l’espressione “agnello sacrificale”? In senso più generale, poi, l’agnello è considerato da sempre un animale simbolo di purezza, innocenza e bontà. E non è difficile capire il perché.

Lo scorso anno sono stati quasi 2,5 milioni gli individui uccisi durante l’anno, di cui oltre 380.000 solo per Pasqua. Inoltre, non tutti gli animali macellati sono italiani, bensì la maggior parte arriva dall’est Europa, trasportati in condizioni che spesso violano la normativa sul trasporto di animali vivi, e sottoposti a stress e violenze inutili e crudeli.