C’era una volta la Marvel. C’era una volta l’MCU e l’attesa spasmodica di un nuovo film-evento che riempisse le sale e gli occhi sognanti di tanti (piccoli e non) appassionati. Chi fervido amante dei fumetti, chi meno. Ma tutti uniti da un unico grande vessillo che, per quanto piaccia o meno, ha scritto – e probabilmente continuerà a scrivere – una pagina molto importante della storia del cinema. Arrivò poi il culmine, il grande evento che avrebbe concluso 10 anni di storie con una grande epopea filmica che distrusse tutto davanti a sé e lascia solo le macerie. Avengers: Endgame è il più grande successo economico della storia del cinema: incassi oltre i 2 miliardi, sale stracolme ed isteria di massa. La corsa contro lo spoiler e alle lacrime è qualcosa che forse solo il finale di Stranger Things è riuscito a pareggiare. Ma, quelle stesse macerie lasciate dietro dall’ultima sinfonia dell’MCU divennero le macerie del futuro dell’universo cinematografico Marvel.

Tra gli scioperi di attori e sceneggiatori, la pandemia e la vorace voglia di capitalizzare il più possibile, l’MCU si è frammentato. A dicembre 2020, l’allora CEO della Disney Bob Chapek dichiarò che avremmo avuto un prodotto MCU a settimana seguendo una strategia di rilascio massiccio tra televisione, cinema e Disney+. Ovviamente, si rivelò una delle scelte più sbagliate mai intraprese da Disney e Marvel. Complice anche una direzione decisamente poco chiara del futuro, l’MCU aveva perso attrattiva tra il pubblico e gli appassionati, diventando più un franchise da ridicolizzare che da attendere. Solo con il ritorno di Bob Iger la direzione è cambiata: dalla quantità alla qualità e, seppur a fatica, i risultati sembrano promettenti. Sono nate due etichette televisive molto identitarie: Marvel Spotlight per le serie più adulte e mature e Marvel Television per i prodotti con forte impronta televisiva. La strada sembra essere quella giusta. E Wonder Man ne è solo l’ultimo esempio.

Wonder Man: una serie non MCU

Ultima serie Marvel rilasciata interamente su Disney+, Wonder Man è stata accolta e acclamata da pubblico e critica. Tra problemi produttivi, ritardi nella gestione, scioperi e anche una morte sul set, Wonder Man è arrivato nello scettiscismo generale, visto come l’ennesimo prodotto figlio del declino dell’MCU e con poco o nulla da raccontare. Invece, a sorpresa, è diventata una delle serie più viste e apprezzate del Marvel Cinematic Universe, arrivando ad uno score del 94% su Rotten Tomatoes. Ma da dove nasce, allora, il successo di una serie che partiva come sfavorita se non addirittura morta in partenza? Partiamo subito con il dire che Wonder Man è quanto di più lontano ci possa essere dall’MCU. E si, è forse la caratteristica che la rende una delle serie più belle dell’universo Marvel. Ma perché? Perché la componente supereroistica è ridotta all’osso, addirittura annullata. Simon Williams (Yahya Abdul-Mateen II) è si un personaggio dotato di super poteri, ma non è un supereroe. È un attore squattrinato di Los Angeles che, per caso, è anche un dotato di abilità straordinarie.

E, al di là del finale e di qualche sporadico momento, la serie ci tiene a ribadire che i poteri di Simon siano, in fondo, solo un pretesto narrativo. Sono l’elemento che lo rende diverso, solo, abbandonato: non il motore che lo porta a grandi imprese e a grandi responsabilità. Reprime i suoi istinti alla ricerca di fortuna in una Hollywood dove cane mangia cane. E, allo sguardo di uno spettatore non interessato alla Marvel, Wonder Man risulta solo un ottima serie meta-narrativa che sviscera e mostra dall’interno il sistema hollywoodiano prendendosi poco sul serio, non un prodotto di una continuity multiversale in cui esseri di altre dimensioni stanno per invadere il mondo. Wonder Man sa che l’unico modo per sopravvivere è quello di allontanarsi, distaccarsi da un MCU che è diventato una spada di Damocle per quei personaggi che non sono parte dell’immaginario collettivo fuori dal mondo fumettistico.

Meta narrazione

Ma non è solo il distaccarsi dall’MCU a farla funzionare. Wonder Man utilizza un espediente narrativo vecchio come il cinema stesso: la meta narrazione. La serie racconta le difficoltà di un attore di Los Angeles alle prese con provini, callback, vita troppo cara e successo che non arriva. E Wonder Man sarebbe il suo ruolo da sogno. Perché si, Wonder Man, qui, è il film a cui aspira Simon. Il ruolo da protagonista che brama fin da bambino e che lo ha fatto diventare un attore. Simon diventa noi, che ci siamo innamorati del cinema da bambini con i film che ci hanno fatto battere il cuore e a cui non riusciamo a resistere da grandi. E lui diventa Wonder Man ma non come eroe: come attore. La serie racconta sé stessa e riflette sul ruolo degli eroi nel distorto mondo Hollywoodiano. E si fa metafora del rapporto tra Simon e Trevor, il suo “buddy”: Wonder Man verrà tradito dal suo migliore amico e, guarda caso, saranno proprio loro due a vincere i ruoli principali del film.

Ma quello della meta narrazione è un concetto che parte da molto lontano. Già da Viale del Tramonto Hollywood iniziava a riflettere su sé stessa e sul suo ruolo. Ed è un concetto che non ha mai abbandonato la sponda statunitense. Tornata di moda con due serie in particolare come The Franchise prima e The Studio poi, la narrazione del sottobosco e del dietro le quinte Hollywoodiano ha sempre un certo fascino sullo spettatore. Nel momento in cui Sunset Boulevard si spoglia dei suoi artifizi e si rende affabile e vicina allo spettatore, quando si mostra senza filtri, quasi sempre fa centro. Wonder Man ci mostra allora la quotidianità di un attore di seconda linea fatta di ruoli minori, provini, casting director troppo stanche per dargli retta sul serio e agenti troppo indaffarati per dedicargli attenzione. E grazie al sempre fantastico Sir Ben Kingsley entriamo in profondità in cosa voglia dire essere un attore. Perché si, è lui il vero protagonista di Wonder Man.

Buddy Movie

Quella della serie è una classica costruzione da Buddy Movie. Una coppia di colleghi (quasi sempre poliziotti) che affronta un pericolo o un’indagine da cui escono vincitori. Caratteri agli antipodi, il duo alla Buddy Movie cinematografico nasce lontano. Se negli anni Trenta con Stanlio e Onlio e Gianni e Pinotto ne abbiamo avuto un assaggio, sarà dai Settanta che il genere troverà continuità in tutte le sue forme e vie alternative. Da Un uomo da marciapiede, passando per Tutti gli uomini del presidente, fino anche al primo Toy Story, il genere ha sempre avuto una presa speciale sul pubblico. Vuoi per la chimica che si innesta tra i personaggi e con il pubblico, vuoi per la varietà di situazioni che un duo può portare alla luce, il Buddy Movie è un marchio di fabbrica del cinema statunitense. E Wonder Man non fa eccezione. Usa il genere per mettere alle due estremità due generazioni a confronto: quella moderna e precaria di Simon con quella ancora sognante e idealista di Trevor Slattery (aka Il Mandarino di Sir Ben Kingsley).

Ma Trevor è il vero centro portante della narrazione, il vero protagonista narrativo della serie. È lui ad interessarsi per primo a Simon e sarà sempre lui a salvarlo dal licenziamento. Allo stesso tempo, lo showrunner e regista Destin Daniel-Cretton usa Slattery come nostro alter-ego, come mezzo per poter entrare nella vita del futuro Wonder Man. E la chimica che si costruisce tra i due, episodio dopo episodio, è fantastica. A metà tra un rapporto padre figlio – padre che Simon ha perso da piccolo e che lo ha iniziato all’arte della recitazione – e tra mentore e allievo, i due si conoscono piano piano, lasciandosi scoprire anche da noi spettatori e creando un’intesa efficacissima che forse è un unicum nell’MCU. Il loro rapporto è forse l’anello più forte nella creazione di affetto tra serie e pubblico. E Ben Kingsley come mattatore-protagonista è la ciliegina di una delle serie più riuscite in casa Marvel.

Simon

E se Trevor è il protagonista narrativo, Simon è quello tematico e spirituale. Centro di gravità attorno a cui ruotano le vicende, Simon è un Topos ricorrente nella cinematografia USA e tanto caro al pubblico: un underdog. Simon non è destinato a grandi cose, i suoi poteri non lo portano in posti lontani e mondi sconosciuti, non l’hanno reso ricco o famoso. È solo l’ennesimo disgraziato che sogna di diventare attore in una città che ti divora (il lavoro di Daniel-Cretton su LA è fantastico). Ed è un archetipo che ha attrattiva per il pubblico: una classica storia di redenzione all’americana. Personaggio che parte dal nulla e da una famiglia con tanti problemi con un sogno nel cassetto e pochi mezzi per raggiungerlo. Dopo mille ostacoli raggiunge il suo obiettivo. Un filo narrativo tanto scontato quanto efficacissimo.

In Wonder Man è quindi palese come non ci sia un elemento che, più di tutti, spicchi sugli altri. Non ha la capacità di giocare con il media che aveva WandaVision. Non ha la forza della narrazione espansa di Loki o la crudeltà grezza e “da strada” di Daredevil. Wonder Man è un unione di tanti piccoli tasselli. La conseguenza naturale di un lavoro fatto a regola d’arte. Un lavoro che si rivolge a tutto il variegato pubblico dell’MCU ma non solo: resta godibilissima a chi non ha fatto i compiti a casa ed è indietro con l’universo o a chi non sa neanche cosa sia la Marvel. Perché, in fondo, l’importante è solo uno: saper scrivere bene. La caratteristica più importante per una serie Tv ma anche la più dimenticata. Soprattutto in casa Marvel.

Alessandro Libianchi