Editoriale

Cosa direbbe Pier Paolo Pasolini della modernità disperata di questi tempi?

Sarà stato il consumismo, capitalismo, poi il cannibalismo dei media, ma di strada da quell’industrializzazione che aveva cambiato i tempi ce n’è stata: lunga e tortuosa. E non sempre in tutti i casi ci ha portato lontano. Ritorna oggi – proprio in occasione dell’anniversario di morte di Pier Paolo Pasolini – più attuale che mai non soltanto la denuncia ma soprattutto la riflessione di una modernità diversa da come ci aspettavamo. E non che da allora, la delusione sia mai passata… Pasolini, come l’Intellettuale del Novecento, è ancora il più disperatamente attuale, per una visione che allora ci spaventava e ora ci frustra. È quel tentativo di congiungere sviluppo e progresso che, da quello che stiamo appurando in questi tempi, non sono né sinonimi né consequenziali. A pari di una società che evolve nei settori produttivi e non, la mancata emancipazione di una cultura sociale e morale, determina il fallimento dello sviluppo stesso. Un risultato nullo, per essere positivo. 

Pier Paolo Pasolini partiva dalla feroce critica al consumismo, che ritroviamo chiaro e lucido in Scritti Corsari e Lettere luterane, per motivare (non giustificare) quella che lui definiva “mutazione antropologica” della società. Da allora oggi la stessa mutazione, non più solo frutto del consumismo ma del cannibalismo dei media e del “tutto subito” – e la possibilità di averlo, soprattutto – si è trasformata in un’omologazione culturale che ha annichilito forme di scoperta.  Oggi Pasolini riscontrerebbe la stessa frenesia di sviluppo di allora, ma ampliata da nuovi mezzi di divulgazione, diffusione e produzione, che permetterebbero un progresso senza eguali. Allora perché, a pari di questa modernità, i nostri progressi ci sembrano ancora lenti? Alla base c’è un esaurimento delle modalità e delle risorse che determinano questi mezzi, e dall’altra parte un contesto culturale (ed economico) ancora arcaico rispetto alla domanda del momento storico. Ce lo hanno dimostrato, in fondo, 154 uomini in giacca e cravatta in Senato qualche giorno fa. 

Pasolini e modernità, la nevrosi collettiva

Pasolini riconosceva la nevrosi collettiva al consumo, da parte di una società che sembrava non avesse gli anticorpi giusti per sostenere l’evoluzione.  Se c’è sviluppo, principalmente produttivo-tecnologico-economico, ci aspettiamo che avvenga un progresso nell’ideale politico e sociale, morale e culturale dello stesso paese. 

Forse, però, come Pasolini denunciava questo sviluppo senza progresso negli anni del Boom, ancora oggi non siamo consapevoli dell’importanza di questa sincronia per garantire un’evoluzione della società.  Non c’è critica alla modernità, senza insegnamento storico: così ci insegna la modernità – ancora – Pier Paolo Pasolini. Nel tentativo di osservare le intuizioni allora in tempo per essere giudicato, oggi in ritardo per essere lungimiranti. Non ci aspettiamo una Storia migliore, ma che sia almeno diversa dalla stessa che ci ha portato qui, consapevole di quella che dovrebbe essere. Si potrebbe tornare addirittura su Petrolio di Pasolini, per raccontarci ancora gli stessi. Petrolio è la storia di un uomo qualunque, un po’ borghese, un po’ affetto dalla malattia del potere, decisamente affetto dalla malattia dell’identità, che è poi la stessa rincorsa. E’ il potere come possesso, l’ossessione borghese della propria identità, di non vedere null’altro fuori dalla logica del proprio potere.  Petrolio, allora, è anche la storia del peccato, è anche la storia di Pasolini stesso, e quindi di molti di noi. E’ la partita a scacchi della storia, anche contemporanea, di movimenti falsi per ottenere quel che neppure possederemo. 

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