Avevate mai immaginato che il ponte sullo Stretto potesse finire tra le spese militari? Forse no, ma Giorgia Meloni evidentemente pensa che questo abbia una logica.

Hai capito bene. Il ponte sullo Stretto ora è “spesa militare” attraverso un artificio contabile tra NATO, PIL e propaganda. Nella lista dei trucchi di prestigio del governo Meloni, spunta un colpo di teatro degno di nota: far rientrare i 13,5 miliardi del ponte sullo Stretto di Messina nella spesa militare per rispettare le nuove soglie NATO. È successo venerdì scorso, quando il sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco ha ammesso per la prima volta che sì, l’obiettivo è proprio quello: infilare la mega opera dentro l’accordo NATO che obbliga gli stati membri a spendere fino al 5% del PIL in difesa entro il 2035.

La follia del Ponte sullo Stretto tra le spese militari? Lo dice Trump e noi ce lo facciamo andar bene

Il 5% di spesa militare era un pallino di Trump, deciso a far pagare di più gli alleati europei. Alla fine la linea è passata: 3,5% per armamenti e personale, 1,5% per “sicurezza”, voce generica che può includere porti, ferrovie, cavi sottomarini e (perché no!) anche un ponte ferroviario e stradale tra Reggio Calabria e Palermo.

Un’ambiguità che fa comodo: se non bastano i caccia e le portaerei, si infilano pensioni dei militari, Guardia Costiera, Protezione civile. E ora pure il ponte. La magia contabile ha già aiutato l’Italia a centrare (almeno sulla carta) il 2% di spesa militare, come previsto dagli impegni NATO del 2014. Ora tocca al nuovo traguardo: 5% entro dieci anni, anche se nessuno sa esattamente quanto sarà il PIL da qui al 2035.

Per giustificare l’operazione, Prisco ha tirato fuori dal cilindro il corridoio Scandinavo-Mediterraneo: una rotta ferroviaria di 12mila km che attraversa Svezia, Germania, Austria e arriva fino a Reggio Calabria. Con un colpo di penna, anche il ponte diventa parte della “mobilità strategica NATO” e del piano UE Military Mobility. Peccato che la Commissione Europea non abbia mai dato un via libera formale. E che Bonelli dei Verdi, che aveva chiesto chiarimenti, non abbia ricevuto una risposta diretta: solo condizionali e frasi da conferenza stampa.

Il sospetto? Sfruttare la cornice NATO per aggirare norme ambientali europee e accelerare l’iter, saltando ostacoli insuperabili. Un escamotage di cui il governo si è già servito per altre voci di bilancio borderline.

…E io pago!

Resta un dettaglio: il ponte esiste ancora solo sulle slide di Salvini. Serve il via libera del CIPESS, il comitato interministeriale che dovrebbe approvarlo per far partire i cantieri. Dopo promesse slittate da dicembre 2024 a maggio, ora l’ultima data promessa è luglio. Intanto, la relazione trasmessa a Bruxelles parla chiaro: la partita è tutta politica, tra spese militari, deroghe ambientali e propaganda elettorale.

Se l’Europa e la NATO chiuderanno un occhio, il ponte rientrerà nel budget della difesa. Così il governo potrà dire di rispettare gli impegni di spesa militare senza toccare troppo il resto del bilancio. Peccato che il conto (come sempre) lo pagheranno i contribuenti, tra cantieri infiniti e priorità dimenticate.

E così, tra PIL gonfiato, corridoi strategici e mobilità “militare”, un ponte che doveva unire Calabria e Sicilia rischia di diventare solo l’ennesimo viadotto verso l’ennesima bugia di Stato.

Maria Paola Pizzonia