Project Zero: Maiden of the Black Water è uno di quei titoli per i quali attendevo con ansia la possibilità di scrivere una recensione. Il franchise a cui appartiene mi ha da sempre, in modo genuino, spaventato nel profondo. Fin dai tempi di Fatal Frame su Play Station 2 siamo stati abituati al mix di ingredienti perfetto per spaventare chiunque; limitate possibilità di difesa dai pericoli; immaginario giapponese da cui attingere per fantasmi e mostruosità varie; un repertorio di film horror d’annata nipponici con i quali costruire un ritmo di avanzamento nel gioco ora lento e denso come melassa. Ora fluido e “annegante”: un ritmo in cui è impossibile nuotare mantenendo i battiti cardiaci inalterati.
Purtroppo, però, la conversione del buono, ma non ottimo già in partenza su Wii U, Maiden of the Black Water mi ha deluso. Sia come operazione di recupero di un titolo dal grande potenziale immaginifico; sia perchè mi ha comunicato nel più diretto e ingeneroso dei modi che “la memoria può ingannare”. E io, forse, sono invecchiato più di quanto pensassi in questi ultimi anni. Oppure, anche questa è una possibilità, nel frattempo il mondo dell’horror multimediale, e quindi videoludico, si è evoluto a tal punto che Maiden of The Black Water non poteva proprio competere a prescindere. Figlio di un momento ludico diverso, nato su una console tanto amata quanto odiata; su cui, per di più, costruiva uno schema di controlli unico, basato su un hardware non più riproducibile. Specialmente su PS5, ohibò.

Project Zero Maiden of the Black Water Recensione, ci sono porting e porting
Fa un po’ piacere, un po’ dispiacere confermare la verità inalienabile che sto per comunicarvi, ancora una volta. Ci sono porting e porting, e quelli sviluppati da Nintendo, per Nintendo, con Nintendo, sono i migliori nel 99,99% delle volte. O forse anche nel 100%, ma poi sembro troppo fan boy (?). Fatto sta, che la versione PS5 che ho messo alla prova di Project Zero Maiden of the Black Water non è all’altezza di nessuna delle trasposizioni da Wii U a Switch operate fino a oggi da Nintendo. Ecco, l’ho detto.
Ci sono diverse ragioni per cui questa affermazione è più che veritiera. Tanto per cominciare: le conversioni made in Nintendo sono fondate sul presupposto di migliorare l’oggetto delle remaster. Non importa quanto il franchise di cui il gioco fa parte sia famoso, o quanto il gioco trasposto alla nuova generazione sia datato. Non importa nemmeno la valutazione che il gioco ricevette all’epoca della prima release. La capacità di mettersi in discussione è fondamentale per capire le vere potenzialità di un gioco da far “viaggiare nel tempo” dal passato al presente. L’impressione, con Maiden of the Black Water, è che quest’operazione preliminare non sia stata effettuata con sufficiente onestà intellettuale.

Ridateci il paddone!
Così, a partire dal sistema di controllo della protagonista, la scomparsa del paddone di Wii-U ha rappresentato la prima grande perdita per Maiden of the Black Water. L’interazione ambiente-personaggio che con il peculiare controller di Wii-U era naturale e immersiva, senza sparisce del tutto, lasciando il posto a un sistema fin troppo meccanico e ripetitivo. Peggio: il fatto che la protagonista di Project Zero: Maiden of the Black Water fosse armata solo di una macchina fotografica spettrale non era un problema su Wii-U; pur non essendo la scelta più originale del panorama horror, nel momento in cui trovava un riscontro nel mondo fisico del giocatore (il pad) diventava sicuramente più divertente.
Ora, invece, Project Zero: Maiden of the Black Water è solo “un altro videogioco horror in cui siamo impotenti in balia dei fantasmi che vogliono ucciderci”. Nemmeno, si è cercato di sfruttare il meraviglioso controller di PS5 per rendere più interattive le situazioni di gameplay proposte con un adeguato sfruttamento del feedback aptico. Così, di ambientazione in ambientazione dobbiamo semplicemente ripetere con meccanicità le stesse operazioni ancora e ancora, senza nemmeno l’attenuante del paddone come strumento di controllo. Trova i fantasmi, inquadrali e colpiscili. Risolvi l’enigma ambientale, apri una nuova porta, cerca altri fantasmi per inquadrarli, ucciderli e individuare il prossimo puzzle ambientale. E sappiamo benissimo tutti che persino l’orrore più spaventoso se diventa ripetitivo perde rapidamente di forza immaginifica e capacità di immedesimazione.

Project Zero Maiden of the Black Water Recensione, “eppure era una buona idea”
Peccato: perché sia il gioco base, che l’operazione di remaster originavano da una buona idea. Andiamo con ordine. Anzitutto, come ho già avuto modo di specificare, Project Zero Maiden of the Black Water è l’ultimo nato di una serie horror, Fatal Frame, dalla lunga e terrificante storia. Come tale, all’epoca dell’uscita su Wii U fu riposta particolare attenzione nella definizione di una ambientazione spaventosa, che ospitasse una storia altrettanto valida.
La scelta di puntare, similmente ai precedenti episodi della saga, sulla cinematografia dell’orrore nipponica fu in tal senso azzeccata. Ancor più efficiente in patria che altrove, dato che il titolo si ambienta in una foresta dove fin troppe persone hanno scelto di suicidarsi. Vi ricorda nulla? Esatto: la cosiddetta foresta dei suicidi esiste davvero in Giappone, il che potenzia di parecchio la capacità di spaventare i giocatori autoctoni.
Tecnicamente insufficiente
Dove, invece, l’ultimo Fatal Frame fallì fu nel mettere in scena tale capacità dal punto di vista strettamente tecnico. Le geometrie dei modelli erano troppo legnose e antiquate, tanto per cominciare, e le texture non brillavano quanto a definizione e quantità di dettagli. Motivo per cui, quando in occasione dei festeggiamenti per l’anniversario della saga fu scelto proprio Project Zero come oggetto di un remaster next gen i fan di Fatal Frame videro nel progetto la possibilità di vedere un capitolo dall’enorme potenziale narrativo nella miglior forma possibile. Purtroppo, non è stato affatto così.
Anche se i 60fps sono garantiti, se tutti i modelli dei personaggi sono stati rivestiti con nuove texture in alta definizione, il cuore tecnico del gioco è rimasto esattamente lo stesso di prima. I movimenti dei personaggi non hanno guadagnato in naturalezza, ma solo in fluidità. E le ambientazioni hanno ricevuto un upgrade estetico che, però, non incrementa il numero di dettagli presenti, o l’interattività con essi. Insomma: pur essendo diventato visivamente migliore, il gioco è rimasto tecnicamente arretrato. E avendo perso il pad, è persino diventato ludicamente inattraente.

In conclusione: solo per nuovi arrivati
Al termine di questa recensione, quindi, a chi consigliare Project Zero: Maiden of the Black Water nella sua versione remaster? A mio avviso, solo per neofiti del gioco, che non hanno mai avuto modo di provarlo in precedenza su Wii U. Solo loro, infatti, non sanno quello che si perdono in termini di gameplay senza il paddone. E possono apprezzare la fluidità migliorata, le texture dei personaggi in alta definizione e qualche costume più fanservice giustapposto sulla protagonista.
Difficilmente formulo un pensiero simile, perchè non amo paragonare l’ipotetico con il reale. Ma Project Zero Maiden of the Black Water mi ha fatto riflettere su quanto si sarebbe potuto fare per rendere più attuale il gioco, svecchiandolo quel tanto che bastava per farne “una remaster alla Nintendo”. Accontentandosi di fare il compitino, invece, i developer hanno consegnato un porting senza infamia e senza lode. Che lascia inalterato il potenziale narrativo, ma anche i vistosi difetti riscontrati nel gioco base su Wii U.
PROJECT ZERO MAIDEN OF THE BLACK WATER RECENSIONE | TESTATO SU PS5
+texture migliorate e fluidità aumentata su PS5
+I nuovi controller con tasti e analogici funziona…
+ambientazione e storia terrorizzanti oggi come allora
-…ma non restituisce alcuna emozione, diventando presto ripetitivo. Ridateci il paddone!
-a fronte delle migliorie visive, il gioco resta tecnicamente arretrato
-livello di sfida basso, enigmi semplici





