Cronaca

Quando un NO affermò i diritti delle donne: 40 anni dalla legge 194

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Sono passati ormai 40 anni dal No al referendum abrogativo per la legge 194. Tra il 17 e il 18 maggio del 1981, alle elezioni si presentò un fiume di persone con una partecipazione poche volte rivista nella storia dei referendum abrogativi.

Quella norma era stata introdotta nel 1978; prima di allora praticare l’interruzione volontaria di gravidanza era un reato penale, punito con fino a 4 anni di carcere per la donna e fino a 5 per chi la aiutava a procurarselo. Il no all’abrogazione della legge sancì un primo e fondamentale passo nell’affermazione dei diritti delle donne.

I 5 quesiti

Alle urne si recarono il 79% degli elettori, una percentuale altissima specie considerando la delicatezza del quesito. Erano 5 i quesiti su cui gli italiani dovevano esprimere la propria opinione, due dei quali riguardavano l’interruzione volontaria di gravidanza. Da una parte c’era il quesito voluto dai Radicali che chiedevano la totale liberalizzazione della pratica abortiva, eliminando il divieto per le ragazze minorenni o per chi ne facesse uso dopo i primi 90 giorni di gestazione, entro i quali la 194 lo permette. Dall’altra parte c’era quello proposto dal neonato Movimento per la Vita, un’associazione che aveva l’obiettivo di contrastare l’aborto, ed era appoggiato dal mondo cattolico, tanto che addirittura Papa Giovanni Paolo II si mobilitò per impedire l’approvazione della legge. Due quesiti erano stati presentati: uno “massimale” che invocava l’abrogazione dell’intera legge, ma che venne scartato dalla Corte Costituzionale, e uno “minimale” in cui erano proposte alcune riforme della legge per limitare l’aborto volontario solo in casi terapeutici. Gli altri quesiti erano stati promossi da Francesco Rutelli e riguardavano l’abrogazione dell’ergastolo, il porto d’armi e il fermo di polizia (tutti bocciati).

Il dibattito e la legge

L’anno cruciale che diede avvio al dibattito sull’aborto fu il 1975, nel quale anche l’opinione pubblica iniziò a interessarsi con molta partecipazione al tema. Il partito Radicale, L’Espresso, tramite il suo direttore Livio Zanetti, e il Movimento di liberazione della donna misero in piedi una campagna referendaria, che fu interrotta a causa dello scioglimento delle Camere. Nello stesso anno Gianfranco Spadaccia (segretario dei radicali), Adele Faccio (Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’aborto) ed Emma Bonino furono arrestati con l’accusa di associazione a delinquere e procurato aborto. Con una sentenza del 1975 (la numero 27), la Corte Costituzionale stabilì la non “equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare” e dichiarò incostituzionale l’articolo 546 del codice penale. Nel 1977 i partiti socialisti, liberali, repubblicani, comunisti, socialdemocratici e democratici proletari, presentarono una proposta di legge con prima firma di Vincenzo Balzamo (PSI), che fu approvata anche grazie alla defezione, rispetto alla linea di partito, di alcuni esponenti della Democrazia Cristiana.

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Giulia Moretti

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