L’ha chiamato Liberation Day Tarifs, Donald Trump. La bufera con i dazi imposti dagli Stati Uniti potrebbe influenzare (e in parte lo sta già facendo) arrivano i dazi di reciprocità per 180 stati, e fra loro ci sono i maggiori importatori dei prodotti del fashion system. Tra questi ad essere più colpita potrebbe essere la produzione del fast fashion, la più diversificata e dislocata in termini geografici: come influiranno i dazi sulla moda?

Dazi e moda: cosa accade ora?

La prima manovra, annunciata una settimana fa, stabiliva un dazio base del 10% su tutte le importazioni. Alcuni paesi avranno invece una tassazione che arriverà fino al 50%. Come per esempio la Cina, che dal prossimo luglio raggiungerà il 54%; il Vietnam il 46%, mentre l’India si fermerà al 37%, seguita dal Pakistan al 29% accanto alla tassazione unica degli stati membri dell’Unione Europea del 20%. Tra i settori più colpiti ci saranno abbigliamento e calzature. Soprattutto per quanto riguarda il mondo del fast fashion.

Attualmente infatti non si conoscono ancora le ragioni dei dazi reciproci imposti dal Presidente degli Stati Uniti, ma si può ipotizzare siano legate al tentativo di riportare la produzione manifatturiera all’interno degli Stati federati. Chiaramente spostare gli headquarter produttivi delle grandi aziende americane nella terra natale richiederebbe mesi di pianificazione. Ma soprattutto ci sarebbero parecchi vincoli, come per esempio l’assenza di manodopera specializzata. Quest’ultima è ridotta alla produzione solo del 3% dell’abbigliamento che viene venduto all’interno del paese.

Quali saranno le sorti del fast fashion?

Per quanto riguarda le produzioni differenziate per Paese, come accade per tantissimi brand di fast fashion, la strategia potrebbe essere ancora più complessa. Infatti la prima soluzione è quella di diversificare le catene di approvvigionamento. Questo può comunque essere molto complicato per la vendita di prodotti a basso costo, che si muovono invece ad altissima velocità e su larga scala. Questo è il risultato di un lungo e frammentato processo, che inizia dalla progettazione creativa in Europa o in America ma passa per la produzione nei paesi asiatici, per poi tornare in occidente con le vendite.

Nel 2024 oltre il 60% delle importazioni di abbigliamento negli Stati Uniti proveniva da Cina, Vietnam e Bangladesh. A raccontarlo è Julia Hughes, presidente della United States Fashion Industry Association. Chiaramente con i nuovi dazi i brand dovranno pensare ad un’efficace strategia di recupero: probabilmente (ma niente è certo) i brand punteranno ad una riduzione degli investimenti dedicati alla sostenibilità, sia a livello etico che in tema di materie prime. Un’altra ipotesi è quella del progressivo aumento dei costi, scaricando le problematiche dei dazi sul conto finale del consumatore.

Marianna Soru

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