A partire dal 10 Ottobre al Teatro Argentina di Roma giunge “Quasi niente” il nuovo progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini liberamente ispirato al film “Il deserto rosso” di Michelangelo Antonioni.

Controluce d’una sagoma.
Poi suono straniante.
La donna stagliata in penombra s’aggira irrequieta su uno spazio non descritto.
Non ce la faccio; folleggia la parola nel turbinio d’immagini, avanza senza pronunciarsi, gorgoglio morente dentro la bocca.
Non é che preludio dolorante, incerto soliloquio che raschia, intrica, poi sposta i piani dell’esistenza.
Stramazza il suono, schiamazza l’irrisolto dinanzi al lento incedere del verbo sofferto.
Mi guardate troppo, giratevi!
S’adagia la figura sulla poltrona vermiglia per poi valicare il limbo sottile, la cerniera invisibile.
Il margine si fa calamita per l’occhio partecipante.

https://romaeuropa.net/en/festival-2018/quasi-niente/ (PHOTO CREDITS:ANSA.IT)

Liberamente ispirato a “Deserto Rosso” di Michelangelo Antonioni, s’annuncia “Quasi niente”, nuovo progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, presentato al Teatro Argentina di Roma lo scorso 10 Ottobre.
Non solo monologo ma fibra intricata di lanugginose esistenze.
Tre donne. Due uomini.
Si scambiano, s’intersecano, s’afferrano poi si sovrastano; accarezzano l’uno i mondi dell’altro, di colpo si rintanano nell’altrui sofferenza.

Esiste una trama? E un ordine? E un filo?

L’uomo rotea su se stesso, la donna si raggomitola, rovista.
Corpi accovacciati, singulti.
Posso prendere il tuo posto?
Questo il meccanismo di scambio, luogo succinto di cinque torrenti.
Sfondo neutro, scarno, nebbioso.
Si moltiplicano ora gli osservatori, a turno inveiscono, vomitano stralci di nulla nell’ironia del dolore.
Il deserto non é spazio, la nicchia non esiste.

https://www.metastasio.it/it/stagione/spettacolo.asp?evnId=622 (PHOTO CREDITS:ANSA.IT)

Talvolta interrotte dal menestrello del destino, si rincorrono le voci, mutano e si mutuano nella loro forma, nei loro gridi.
Non sono dialogo, ma parallelo insorgere di monologanze.
Digrignano i denti, ribaltano i loro corpi, trascinano la discinta scenografia, accantonano il mobile ligneo.

Ora, a testa in giù, s’interrogano.

Il male non li allaga, non li allarga.

Si chiedono.
Cosa devono guardare i miei occhi?

Giorgia Leuratti