Oggi è il 90esimo compleanno di Quincy Jones, arrangiatore, direttore d’orchestra, produttore, trombettista, compositore e attivista afroamericano, mentore di generazioni di artiste e artisti afroamericani e non solo.

Fuori dal ghetto: il riscatto di Quincy Jones

quincy jones © uptone
Quincy Jones © uptone

Nato a South Side, Chicago, negli anni della Depressione, Quincy Jones perde sua madre all’età di 7 anni. La donna non muore, ma l’ultimo ricordo che lui ha di lei da bambino è del momento in cui la portano via con la camicia e di forza. Poi quella paura che sua madre rappresentasse un pericolo per lui e per suo fratello, che cominciano a vivere le loro giornate per le strade del ghetto. A dieci anni vuoi diventare quello che vivi, ciò che vedi, e se nei libri non ritrovi dei modelli a cui ispirarti, finisci per essere insicuro sulla tua identità, anche se sei soltanto un bambino. Così, l’undicenne Quincy decide che vuole diventare nient’altro che un gangster fino a che, una volta lontano da Chicago, non scopre, all’interno di un’armeria, un pianoforte.

Tra tasti bianchi e neri e martelletti stanno il paradiso e la libertà. Da quel momento comincia a suonare il sassofono, il corno inglese e francese, ma nel suo cuore c’è la tromba. A 14 anni entra in una band, incontra Ray Charles, allora sedicenne, e si unisce alla sua orchestra. Da quel momento i due stringono un’amicizia che li terrà uniti per sempre. Ancora risuonano al Kennedy Center le parole di Ray Charles che introduce My buddy al pianoforte con un semplice «Hey Quincy, this is me» e conclude la dedica all’amico di una vita: «Oh Quincy, I love you man, I love you».

Sulla Luna con Frank Sinatra

Nel 1961 Quincy Jones era già diventato il primo Vice Presidente di colore dell’etichetta discografica Mercury Records. Dopo aver esplorato, a Parigi, con la musicista e insegnante di pianoforte Nadia Boulanger i segreti della composizione classica, era rientrato a New York dove aveva cominciato a prendere dimestichezza anche col genere pop. Aveva lanciato la giovanissima Leslie Gore, raggiungendo il primo posto in classifica con It’s my party, ma ora era Frank Sinastra a voler lavorare con lui.

Nel 1964 Sinatra chiede a Quincy Jones di occuparsi dell’arrangiamento del suo nuovo album, It might as well be swing. É la svolta sia personale, perchè incontra un amico; sia lavorativa, perchè Jones arrangia il disco e dirige l’orchestra del crooner che in quel momento era all’apice della sua carriera. In quell’anno la canzone Fly me to the moon, contenuta nel disco, arrivò addirittura sulla Luna. Gli astronauti portarono il nastro con loro nella spedizione Apollo 10 e a 240 000 km dalla Terra, fecero partire la prima canzone mai ascoltata sulla Luna.

Quincy Jones compositore per il cinema

Quincy Jones non ha mai tenuto nascosta la paura di rimanere chiuso in un ghetto anche nella musica. Temeva che, in quanto nero e in quanto trombettista, il jazz lo avrebbe ingabbiato e sarebbe diventato il suo unico genere. Per questo cominciò da subito ad esplorare e suonare anche altri generi musicali: dalla classica al bebop, poi il pop, il funky, il bossanova, il twist, negli anni 90 ci sarà anche posto per il rap, ma è nei 60 si avvicina alla composizione per il cinema.

A partire dal 1966 compone le musiche per A sangue freddo di Richard Brooks (1967), La calda notte dell’ispettore Tibbs Norman Jewison (1967), L’oro dei MacKenna di James Lee Thompson (1969), Fiore di cactus di Gene Saks (1969) e Getaway! di Sam Peckinpah (1972). Altrettanto note sono le musiche scritte per alcune trasmissioni televisive, tra cui Ironside, Sanford and Son, Radici e The Bill Cosby Show.

The Wiz e il successo con Michael Jackson

Nel 1978 Quincy Jones lavora alle musiche di The Wiz. Il film, diretto da Sidney Lumet, era un rifacimento funky, con tutti protagonisti afroamericani, de Il meraviglioso mago di Oz. I protagonisti erano Diana Ross e un giovanissimo Michael Jackson che interpretava il ruolo dello spaventapasseri. Proprio in quel periodo Jackson stava cercando un produttore per incidere il suo primo disco al di fuori del progetto familiare e chiese a Jones di trovargliene uno, ma lui fece di meglio: propose se stesso. Egli colse il potenziale oltre il prodotto Jackson Five, vide brillare in Michael Jackson la luce di una star mondiale. Insieme incisero Off the wall che uscì nel 1979. L’album registrò la più grande vendita della storia per un artista di colore, vennero vendute oltre 8 milioni di copie e collezionò numerosi premi.

Nel 1982 uscì il secondo album di Michael Jackson prodotto da Jones: Thriller. Il successo si ripetè, ma amplificato. L’album venne realizzato in poco più di due mesi: vennero ascoltate circa seicento canzoni prima di estrarre le definitive dodici che avrebbero fatto parte del disco. A fare la storia contribuì anche il videoclip del brano che diede il nome all’album. Thriller rivoluzionò la storia dei video musicali: fu il primo ad avere una durata di 14 minuti e la sua uscita venne organizzata e considerata come la premiere di un film. L’album raccolse tantissimi premi tra cui quello come miglior produttore dell’anno a Quincy Jones e Michael Jackson.

Zio Quincy e Willy il principe di Bel Air

Qwest Broadcasting Company è uno dei più grandi gruppi televisivi gestito da minoranze. L’idea nasce da Quincy Jones e Reza Ackbaraly. Alla fine degli anni 90 Jones si avvicina a tutti i mezzi di comunicazione che ha il potere di raggiungere, dalla carta stampata con la rivista Vibe, fino alla tv. Proprio in televisione le sue musiche compaiono nella sit-com di successo del momento: Willy, il principe di Bel Air. Protagonista un giovane Will Smith che compare sugli schermi delle tv d’America ogni lunedì. La serie veniva trasmessa dalla NBC e ottenne subito successo, diventano una delle serie tv comiche più amate del decennio.

Prima di iniziare le riprese come protagonista della sit-com, Smith era in tour con il suo duo hip hop. Lui era infatti The Fresh Prince di DJ Jazzy Jeff & the Fresh Prince. Ma Quincy Jones lo contattò per proporgli il ruolo di protagonista e per comporre insieme le musiche della serie e lui accettò. Questa è la maxi storia di come la vita di Will Smith è davvero cambiata perchè da quel momento è cominciata la sua carriera di attore televisivo, e soprattutto cinematografico.

Decategorizzare la black music

Nel 1951 Quincy Jones aveva 18 anni, suonava la tromba nella band di Lionel Hampton, ma voleva di più. Voleva comporre e arrangiare e per questo la lasciò, per andare a New York. Il bebop, il genere di cui era innamorato, era nato lì. Cominciò a lavorare ai primi dischi come compositore, prima con Dinah Washington poi con Louis Armstron, Sarah Vaughn e Ray Charles, ma non poteva essere tutto lì. Il jazz era il genere musicale dei neri, ma lui voleva andare oltre. Così, nel 1957 volò a Parigi per prendere lezioni di pianoforte da Nadia Boulanger, mentore tra gli altri anche del compositore Stravinskij. Voleva conoscere ogni dettaglio della musica d’orchestra e qui cominciò a scrivere anche per gli archi. Eccolo finalmente: un anticipo della libertà, di quella che aveva ricercato anche nella musica per non finire di nuovo rinchiuso in un ghetto.

Quincy Jones è un eclettico, non può essere racchiusa in un unico genere la musica che ha scritto, arrangiato, prodotto. É stato il primo a creare anche fusioni di generi. Basti pensare a Back on the block (1989) in cui Jones ha unito la generazione del bebop e quella del rap, ha combinato il jazz con l’hip hop. Abbiamo così scoperto che il rap non proviene dal Bronx, non ha a che fare con i colpi di pistola che hanno ucciso Tupac e Biggie Small, ma che riguarda l’Africa, che quel tempo deriva dalle lodi, il ritmo proviene da là, dove tutto ha avuto inizio.

National Museum of African American History and Culture

Il 24 novembre 2016 Quincy Jones è riuscito ad aprire un’altra porta alle nuove generazioni di giovani afroamericani. Il produttore si è sempre battuto affinchè le ragazze e i ragazzi afroamericani conoscessero le proprie origini, trovassero dei modelli nelle donne e negli uomini con il loro stesso colore di pelle. Così, nel 2016 ha aperto il primo museo del Paese dedicato all’esperienza afroamericana negli Stati Uniti. La cerimonia di inaugurazione, presentata da Oprah Winfrey – scoperta da Quincy Jones in una rete televisiva locale negli anni 80 – è stata presenziata da colui che allora era il Presidente degli Stati Uniti, il primo di colore, Barack Obama.

L’odio razziale che Jones ha vissuto agli esordi o in tour con Sinastra a Las Vegas, negli anni 60, quando i musicisti di colore non potevano dormire negli hotel dei bianchi, non potevano entrare negli stessi ristoranti, mangiare nelle stesse sale, è un altro dei segni indelebili che porta addosso. Attraverso la sua personale esperienza, però, ha cercato di dare alle nuove generazione quello che a lui era mancato: ritrovarsi nei libri di scuola e nei musei, nella musica, in tutta l’arte; conoscere una storia spesso taciuta, la propria; avere dei modelli che gli conferissero sicurezze e risposte sulla propria identità.

L’impegno civile e l’attivismo: da We are the World a We are future

Nel 1984 alla Walk of Fame si aggiunse la stella di Quincy Jones. Da quella privilegiata posizione nella costellazione, il produttore non si è mai dimenticato di battersi per coloro che altrettanto in alto non potevano stare. «La prima cosa è essere umili con la propria creatività e garbati con il proprio successo» ha detto Quincy Jones una volta in un’intervista. E così ha fatto. Grazie a lui, nel dicembre 1984, quarantacinque celebrità della musica americana si riunirono per registrare un brano che avrebbe aiutato a raccogliere fondi per l’Etiopia.

Quincy Jones non esitò a chiedere a Michael Jackson e Lionel Richie di scrivere il pezzo, e i due impiegarono due giorni per comporlo. Lavorarono su una melodia che suonasse come un inno, con parole che arrivassero direttamente alle orecchie e al cuore della gente di tutto il mondo. Il brano era We are the World. Alle voci soliste si alternarono ventuno cantanti: da Lionel Richie e Stevie Wonder, a Paul Simon e Kenny Rogers. Poi Diana Ross, Dionne Warwick, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Kim Carnes, Billy Joel, Tina Turner e Cyndi Lauper.

Il 7 marzo 1985 venne pubblicata We Are the World: 800.000 copie, che andarono immediatamente esaurite, facendone il singolo più venduto di sempre. Il 5 aprile il brano venne simultaneamente trasmesso da oltre 5000 emittenti radiofoniche e televisive e il mondo intero rispose. Il singolo conquistò le classifiche statunitensi e non solo. Questo e altri progetti benefici come We Are Future (1999) hanno consentito a Quincy Jones di raccogliere oltre 63 milioni di dollari da donare all’Africa.

Quincy Jones: le cifre di un uomo leggendario

«Time is a bitch man» dice Jones in un passaggio del documentario Quincy, disponibile su Netflix. Ma 90 non è un numero che fa paura se nella vita hai collezionato cifre molto più grandi. Se hai registrato 2900 canzoni e oltre 3000 album, composto 51 colonne sonore per il cinema e la televisione e firmato oltre 1000 componimenti originali.

Novanta non fa paura neanche se hai ricevuto 79 nomination ai Grammy e ne hai vinti 27 e se sei stato uno dei diciotto vincitori EGOT, che hanno collezionato almento un Emmy, un Grammy, un Oscar e un Tony. Se Thriller, che hai prodotto, è l’album più venduto di sempre e We are the World il singolo con più vendite nella storia. Di fronte a questi numeri il novanta è, appunto, soltanto un altro numero.
Wishing you a long, long life, Quincy!

Giorgia Lanciotti

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