Il 27 marzo è uscito This Music May Contain Hope, il nuovo album di RAYE, cantautrice britannica classe 1997 già nota per brani come Escapism e Where the Hell Is My Husband?. È un lavoro ambizioso perché costruito tra dolore, autocoscienza e rinascita. Un disco quasi teatrale, che mette in scena la vulnerabilità senza addolcirla, senza renderla rassicurante e senza, soprattutto, voler sembrare perfetta a tutti i costi.
Nel pop – considerandolo calderone vasto ed elastico – la femminilità è stata a lungo compressa dentro un’identità vendibile e immediatamente traducibile in immagine. Siamo abituati a riconoscere le icone pop da una particolare attitudine, un certo vestiario, un determinato atteggiamento spesso forzatamente positivo. Oggi, però, sembra emergere con maggiore forza il suo contrario: il rifiuto di essere leggibili, sottraendosi così alla semplificazione, alla categorizzazione automatica.
In questo spazio più irregolare emergono figure interessanti che propongono un’idea più ampia di femminilità in musica, meno disciplinata e meno prevedibile. Un gesto artistico che pesa più di quanto appaia a una prima lettura.
This Music May Contain Hope e la femminilità meno performativa
Esiste una linea sottile ma evidente che collega artiste molto diverse tra loro. Non condividono necessariamente lo stesso linguaggio, ma sembrano reagire a una pressione comune: quella di trasformare l’esperienza femminile nella solita retorica dell’empowerment. Raccontarsi, ma in modo ordinato. Mostrarsi vulnerabile, ma solo fino al punto in cui la vulnerabilità resta accettabile. Trasformare la complessità in una traiettoria di crescita che abbia sempre un risvolto positivo.
Funziona, ma non sempre convince. Perché la vita raramente ha una struttura così pulita. Non c’è sempre una morale, non si esce sempre migliori, o guariti.
In This Music May Contain Hope, RAYE non sembra infatti interessata a dimostrare qualcosa. A tratti, si ha la sensazione che non potesse fare altro che dire quelle cose, pur sapendo che non sarebbero state comode o particolarmente vendibili in un’ottica meramente di marketing. In realtà, la sua è stata una scommessa vincente perché chi ascolta molto spesso è stanco di lezioni di vita. Si cerca la verità, anche se contraddittoria o difficile da difendere. Si cerca musica che assomigli sempre di più all’esperienza umana nella sua contraddittorietà. E questo tipo di racconto emerge, in modalità diverse, anche in altre artiste contemporanee.
In Labour, Paris Paloma trasforma la rabbia in linguaggio collettivo stratificato, che attraversa il lavoro domestico, emotivo e sessuale storicamente attribuito alle donne. Annabelle Dinda, con The Hand, sposta invece l’attenzione sulla retorica eroica del maschile, dove la figura dell’uomo geniale occupa il centro della scena mentre quella femminile resta ai margini. Bella Kay, con iloveitiloveitiloveit, mette in scena una consapevolezza lucida delle proprie contraddizioni in nome di un amore che razionalmente è sbagliato, ma emotivamente intenso.
Anche in Italia emergono traiettorie affini. La Niña costruisce un immaginario che intreccia tradizione e sperimentazione, mescolando radici napoletane, ricerca sonora e dimensione simbolica del corpo. Il suo lavoro restituisce un femminile stratificato in cui la vulnerabilità diventa linguaggio invece che limite. In Caramé, uscito nell’ottobre 2025, Angelina Mango costruisce un album-diario raccontando se stessa senza più schermarsi, trasformandosi in materia espressiva esposta e attraversabile.
Il nuovo pop senza regole
Più che individuare una presunta “nuova femminilità” nel pop – destinata a diventare rapidamente un’etichetta – sembra più utile osservare come stia cambiando il modo di raccontarsi. Forse non c’è una nuova definizione di femminile, ma una minore disponibilità a semplificarsi per risultare più riconoscibili.
Essere popstar oggi significa spesso muoversi dentro un’immagine che non coincide perfettamente con chi la indossa. Per molto tempo quell’immagine è stata costruita per essere coerente e comprensibile immediatamente. Ora sembra esserci più spazio per raccontarsi anche attraverso ciò che resta irrisolto.
Quando chi scrive o canta smette di preoccuparsi di aderire a un personaggio e lascia emergere anche le parti meno ordinate, l’imperfezione smette di essere qualcosa da correggere e diventa uno spazio possibile da abitare dentro la musica, come nella vita.
Ed è probabilmente lì che oggi il pop riesce a produrre una delle sue forme più interessanti di verità.
Camilla Golia
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